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Il personaggio

Massimo Ghirotto, da Rovigo alle strade del Giro

Grande campione e poi ds, è una delle voci più note del ciclismo.

Massimo Ghirotto, da Rovigo alle strade del Giro

L’appuntamento col campione del ciclismo è davanti al municipio del suo amato paese: Stanghella, dove vive con la famiglia e dove sono i ricordi del sua primaria vocazione per lo sport delle due ruote. Arriva in bici con la stupenda presenza di Edoardo, il suo delizioso nipotino che, con un sorriso raggiante, dice che fra poco dovrà tagliare l’erba col nonno.

Mi emoziona questo incontro col campione e mi riporta al tifo puro e sincero che serpeggiava in tutto il paese quando Massimo Ghirotto, ormai famoso, era nominato nelle cronache televisive e radiofoniche rendendo curiosa e nel contempo, orgogliosa la cittadinanza per una carriera tanto fulgida. E tra i flash di un percorso sportivo davvero radioso metto anche un tenero incontro del già affermato ciclista, con la moglie e le figlie piccole, nel corso di un passaggio del Giro d’Italia per Stanghella che, di colorate e guizzanti sfrecciate di corridori, ne ha viste più d’una.

Quanto avrebbe da raccontare un personaggio così che sembra uscito da un libro in cui il protagonista dodicenne, o giù di lì, sente un richiamo del tutto speciale per le due ruote e sbircia, con fantasiosa immaginazione la bici dei suoi sogni dalla vetrina di un vecchio meccanico che aggiustava un po’ di tutto e teneva appesa al muro quella che avrebbe tanto voluto possedere.
Piano piano il sogno cullato si materializza dopo la vittoria, in sella ad una bici da donna, dei mai dimenticati “Giochi della Gioventù” che costituirono un primario ingresso dello sport nella scuola dell’obbligo. Così, l’alunno Massimo Ghirotto abbozza e definisce la sua passione ciclistica.

Inizia una carriera sportiva che si snoderà attraverso tappe e attività di squadra che gli tributeranno gli onori del campione.
E’ la fatica a sottolineare questa pratica sportiva che Massimo Ghirotto conduce con un senso del dovere e un rigore che tutti, dai compagni di squadra ai dirigenti gli hanno riconosciuto. E’ Rovigo il suo primo “allevamento sportivo” con la Mantovani che lo vede allievo nel 1977 per passare, nel 1978-79 alla categoria Juniores e nel 1980, ’81, ’82 a quella dei Dilettanti.
Passo, dopo passo il campione si forma alla scuola del rigore, del sacrificio, della fatica che le gambe e il cuore macinano in ore di allenamento.

Il 1983 è l’anno del professionismo che gli viene annunciato dal suono del campanello di casa da parte di chi, vedendolo correre ne aveva indubbiamente compreso la stoffa leggendo il marchio di una struttura sportiva di classe.
Era il noto Giorgio Vannucci, direttore sportivo di Francesco Moser, mito di Massimo. Era il materializzarsi di un sogno o forse il meritato premio per il tanto lavoro fatto con passione. E nel professionismo (1983- 1995) i successi sono tanti e tutti importanti: tre vittorie di tappa al Giro d’Italia, due al Tour de France, una alla Vuelta. Limpidi e sempre raccontati con pacatezza e serenità gli episodi che hanno costellato il suo percorso umano e sportivo accanto a grandi nomi come: Moser, Visentini, Chiappucci, Cipollini, Pantani.

Grandi nomi, gare di alto livello e di forte impatto fisico e psicologico sempre in nome di uno sport che ora il nostro campione porta nella scuola, facendosi ambasciatore di un’attività umana che forgia e prepara alla vita perché educa al rispetto, alla rinuncia, al sacrificio. Nel 1996 si dedica alla direzione sportiva dapprima con la Roslotto e poi con la Bianchi.
Tanto ci sarebbe da raccontare su quest’uomo che ha mantenuto la semplicità nei rapporti interpersonali e regala, attraverso la sua narrazione, gli aspetti di un mondo ricco di emozioni come quello del ciclismo.

E forse da questa conquista personale che nasce l’attuale apprezzata attività di cronista sportivo che è stata del grande Adriano De Zan quando, in sella alla moto, ci regalava magici momenti della corsa più emozionante a livello nazionale: il Giro d’Italia. Dal 2010 Massimo Ghirotto ne conduce infatti la radiocronaca con la maestria di consumato cronista e la delicata impostazione della sua inconfondibile e gradevole inflessione veneta che ce lo restituisce come l’adolescente che sognava una vera bici da corsa appesa nella piccola officina del suo paese.

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