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L’inchiesta

Quando quelle case erano tollerate

In città ce n’erano due: in via Mure San Giuseppe e in via Portello. E poi altri illegali

Quando quelle case erano tollerate

Quando quelle case non erano chiuse c’era tutto un mondo di frequentazioni e contatti che ci girava attorno. Si tratta delle case di tolleranza, o per dirla in modo più esplicito, i bordelli. Prima della legge Merlin in città la prostituzione non era vietata, ma addirittura regolamentata, con case deputate a questa attività vecchia come il mondo. Un po’ quello che vorrebbero riportare in vigore alcune forze politiche. Anche la Lega, ma non solo, in più occasioni si è detta favorevole ad una legalizzazione e regolamentazione della prostituzione. Il dibattito, insomma, è aperto da tempo.

Per Rovigo sarebbe una sorta di ritorno al passato. Perché è vero che la prostituzione non è mai sparita, nonostante leggi e leggine, ma è altrettanto vero che ora è esercitata di nascosto, gestita spesso dalla criminalità, senza controlli e verifiche, e in condizioni igieniche precarie.

Una volta invece anche i bordelli erano una cosa seria. Un fenomeno che risveglia un mondo di storie. Nel capoluogo polesano, la prostituzione era esercitata in due case chiuse: una si trovava in via Mure San Giuseppe, dicono la più costosa, e una, chiamata “Il pino”, all’inizio di via Portello, parallela di Corso del Popolo, a due passi dal Ponte di Marabin.

Lina Merlin, senatrice, socialista eletta del collegio di Adria, con la sua legge del 1958 ha decretato la chiusura di questi luoghi di piacere, frequentatissimi. Dai giovani ma anche da anziani. E così ossessionante era nei giovani il desiderio di poterli frequentare da indurli, spesso, a falsificare i dati anagrafici della carta d’identità. Per accedervi, era noto, bisognava avere 18 anni.

Su questo mondo, con la legge Merlin, calava il sipario, ma continuava a vivere anche attraverso testimonianze, sussurrate, da chi lo frequentava. Racconti di ragazze bellissime finite nei casini per le avversità della vita.

E a proposito di ragazze bellissime, una di queste che si faceva chiamare con un nome esotico, e che in realtà era di Chioggia, si invaghì di un lui, impiegato statale che la frequentava, e lui di lei che la trovava affettuosissima e attraente. L’uomo era capitato a Rovigo dal sud per motivi di lavoro. Si sposarono tra chiacchiere e maldicenze. Tanto che furono costretti a trasferirsi a Milano dove vissero felici e contenti, dimenticando il passato. Come in una favola.

Tornando a Rovigo, a fianco di quelle due case “legali”, poi, ce n’erano altre illegali. Come racconta chi visse quell’epoca, infatti, la popolazione si divideva fondamentalmente in due fasce: i frequentatori dei bordelli legali, spesso militari da fuori città, giovani che non avevano alcun problema a presentarsi in pubblico o comitive di amici. E quelli che preferivano luoghi più appartati e riservati. E dunque non pubblici. Illegali ma, sembra un gioco di parole, a loro volta tollerati.

Quella di via Mure San Giuseppe era una casa a due piani, oggi sostituita da un grande condominio. L’altro bordello in via Portello, era all’interno di una villa isolata con l’intonaco rosso scuro, preceduta da un cortiletto con un albero, da cui la denominazione di “pino solitario”. Dei due, quest’ultimo era il più malandato, frequentato soprattutto da militari e da clienti con pochi soldi a disposizione.

La chiusura della case di tolleranza innescò anche una fioritura nel giardino della letteratura. Scrittori famosi scrissero di tutto. Uno dei primi, Gian Antonio Cibotto, che, con il suo “La coda del parroco”, seconda opera dello scrittore polesano dopo “Cronache dell’alluvione”, racconta di una gita a Padova di bambini accompagnati da due animatori, i quali animatori, turnandosi, abbandonarono il gruppo per rifugiarsi in una di quelle case che dava ospitalità, per qualche ora, a chi desiderava incontrare il piacere arrivato sulla terra all’apparire del primo uomo e della prima donna. Libro, quello di Cibotto, scritto con candore, come richiedevano i suoi tempi.

Anche l’amalfitano Gaetano Afeltra, presentando il suo “Mordi la mela, ragazzo”, a Venezia, ricordava come gruppi di ragazzi della Costiera raggiungessero Salerno per godere di incontri tanto sognati. Con queste note sul capitolo delle prestazioni a tariffa non si può non ricordare Giancarlo Fusco. Soltanto citando il titolo di un suo volume, “Quando l’Italia tollerava”, si capisce il tema trattato. Un’opera spassosissima, ormai introvabile, una raccolta di racconti tutti incentrati sul mondo dei casini. Scritti a più mani: tra le altre, si trovano, infatti, le firme di Alberto Bevilacqua, Mario Soldati, Cesare Zavattini, Ercole Patti, Dino Buzzati. Volume non favorevolmente commentato dalla critica ma che ebbe un boom di vendite: una decina di edizioni .

Certi temi, si sa, toccano le fantasie degli uomini. E chi l’aveva letto, e voleva farlo sapere ricordando con nostalgia gli incontri nelle case chiuse, spesso citava la prima frase del volume: “Quando nel 1887 a Pozzonovo di Padova nasceva Lina Merlin…”.

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