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"La mafia si combatte con la cultura"

Il magistrato incontra gli studenti in sala Caponnetto

"La mafia si combatte con la cultura"

La città etrusca è oggi una delle capitali d’Italia dove più alto e forte si alza il grido di legalità nella “Giornata nazionale della memoria e dell’impegno civile in ricordo delle vittime delle mafie”.

E’ una manifestazione promossa da Libera e Avviso pubblico in collaborazione con la Rai e che ha il suo epicentro a Padova.

Arriva Luca Tescaroli, figlio di Adria, uno dei magistrati di punta nella lotta alla mafia: dalle indagini sulla strage di Capaci che hanno portato all’arresto e alla condanna del capo dei capi di Cosa nostra Totò Riina, all’opera investigativa che ha portato a scoperchiare “Roma Capitale”.


Senza cadere nella retorica, si può dire che ha raccolto il testimone e reso onore con il suo impegno alla memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Giovedì 21 marzo, alle 10, parlerà agli studenti in una sala che porta il nome di Antonino Caponnetto, capo del pool antimafia a Palermo negli anni Ottanta e Novanta.

Nel pomeriggio alle 17.30 conferenza pubblica aperta alla cittadinanza in municipio promossa dall’amministrazione comunale.

Classe 1965, Tescaroli da settembre è procuratore della Repubblica aggiunto a Firenze.

I temi della giornata vengono anticipati dal magistrato in questa intervista in esclusiva alla “Voce”.

La giornata nazionale contro le mafie vive il suo momento culminante a Padova per rimarcare l’infiltrazione mafiosa in tutto il Paese: è così?


“Sì, è così. Le articolazioni mafiose nel nostro Paese hanno compiuto stragi efferate e si sono macchiate di crimini riprovevoli giungendo finanche a sopprimere brutalmente bambini in tenera età: il piccolo Di Matteo, rapito, strangolato e poi sciolto nell’acido, figlio del collaboratore di giustizia Mario Santo Di Matteo, che per primo confessò il 24 ottobre 1993 il suo coinvolgimento nella strage di Capaci, accusando molti mafiosi che avevano partecipato; Claudio Domino, ucciso a 11 anni il 7 ottobre 1986, senza colpa, mentre giocava a pallone in strada a San Lorenzo, quartiere di Palermo, nel pieno svolgimento del primo maxiprocesso a Cosa Nostra. Delitti che rientrano in un triste catalogo di 108 bambini innocenti uccisi dalla furia omicida mafiosa. Le storie dei morti ammazzati sono così numerose che di molte la collettività non ne serba nemmeno un lontano e sbiadito ricordo. Penso a quello che accadde ad esempio il 22 marzo 1995: Giammatteo Sole venne prima torturato e poi bruciato a 23 anni. La sorella di Sole era fidanzata con Marcello Grado, figlio del mafioso Gaetano. Un amore che ha portato la morte nella famiglia Sole. Gianmatteo venne fermato da due falsi poliziotti: uno dei due era Gaspare Spatuzza che, una volta iniziata la collaborazione con la giustizia, raccontò come uccisero il giovane”.


Dunque, prima di tutto una giornata per ricordare…
“Certo, la giornata del 21 marzo viene dedicata alla memoria delle vittime e all’impegno per le vittime innocenti di mafia. Ricordare per non dimenticare. Nessuno può rimanere indifferente, perché le realtà mafiose sono potenzialmente idonee a coinvolgere tutti i cittadini, ovunque si trovino. E occorre chiedersi come sia possibile che Cosa nostra e le plurime realtà mafiose in Italia continuino a convivere con lo Stato e a contaminare con le loro azioni la vita del nostro Paese, perché si sviluppino nuove realtà mafiose, nel centro, persino nella Capitale, e nelle regioni del Nord”.


Uno dei temi al convegno in camera di commercio a Padova è “Dal nuovo codice antimafia alle innovazioni normative sui beni confiscati”: sono sufficienti questi strumenti legislativi?


“Disponiamo di strumenti di contrasto ai patrimoni mafiosi estremamente qualificati. Si può però sempre migliorarli e affinarli nella prospettiva di raggiungere l’obiettivo della valorizzazione dei beni sequestrati, del mantenimento in vita dell’impresa e della non dispersione dell’occupazione. E ciò perché il mafioso - che assicura efficienti manutenzioni grazie a imprenditori collusi ha un’enorme disponibilità di denaro a costo zero e usa la forza intimidatoria e la violenza - è garanzia di equilibrio economico e di solvibilità per le banche e i fornitori, ai quali impone il prezzo di mercato e obbliga esercizi commerciali ad acquistare da lui con la minaccia di ritorsioni sino all’incendio dell’attività e all’omicidio. Dunque, il suo interesse è che l’iniziativa imprenditoriale statale fallisca, perché ciò rafforza il suo potere, dimostrando che solo la presenza mafiosa produce ricchezza e occupazione”.

Che fare allora?

“Innanzitutto, il procedimento di prevenzione deve essere celere, con indicazione di tempi predefiniti, una volta emesso il sequestro anticipato. La nuova regolamentazione si è mossa, dunque, nella direzione giusta. L’agenzia nazionale dei beni confiscati dovrebbe trasformarsi da un centro eminentemente burocratico, qual è oggi, in una holding propulsiva, capace di coordinare le esigenze delle diverse imprese confiscate in modo da fare incontrare domanda e offerta, assicurando una gestione consortile e non parcellizzata delle aziende oggetto di misura di prevenzione patrimoniale. Dovrebbe verificare costantemente se possano esserci tra le stesse rapporti commerciali per dar vita a un sostegno reciproco tra le imprese per sopperire il fisiologico sviamento della clientela da parte del mafioso dopo il sequestro. Il tutto attraverso la stipula tra agenzia e organi rappresentativi di strutture bancarie, ad esempio l’Abi, per individuare banche virtuose che impediscano il ritiro del credito. Una buona notizia, sul fronte del lavoro dipendente, è giunta con l’adozione del Decreto legislativo n. 72 del 18 maggio 2018, con cui - tra l’altro - si è stabilito, all’articolo 1, che il Ministero del lavoro e delle politiche sociali concede, nel rispetto dello specifico limite di spesa come definito dal decreto di cui all'articolo 7, comma 2, su richiesta dell'amministratore giudiziario, previa autorizzazione scritta del giudice delegato, uno specifico trattamento di sostegno al reddito, pari al trattamento straordinario di integrazione salariale, per la durata massima complessiva di dodici mesi nel triennio”.

Sulla "Voce" di giovedì 21 marzo l'intervista completa.

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