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Da Paisà a Banfi, il Polesine è un set

Molte le produzioni importanti che hanno scelto la nostra provincia per le riprese. E l’alluvione costrinse il grande Antonioni a spostare l’ambientazione de “Il grido”.

Da Paisà a Banfi, il Polesine è un set

No: non capita tutti i giorni che una troupe cinematografica giri in Polesine. Fino al 18 maggio prossimo, però, le telecamere della società Ipotesi Cinema saranno lungo il Po, e poi anche a Rosolina, per le riprese del film commedia “Il grande passo”, di cui sono protagonisti Giuseppe Battiston e Stefano Fresi.

Si rinnova così una luna di miele, quella tra la nostra provincia e il grande cinema, sbocciata nel primissimo dopoguerra e che ha poi vissuto fasi alterne. Molte, comunque, le produzioni che hanno scelto gli scorci del Polesine - e del Delta in particolare - per le proprie ambientazioni.

Ci sono, in particolare, però perle e chicche che non possono non essere ricordate. Ad esempio “Paisà” di Roberto Rossellini. Girato nel 1946, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, viene unanimemente considerato una delle vette più alte raggiunte dal cinema neorealista. Il film racconta l’avanzata delle truppe alleate dalla Sicilia verso il Nord Italia ed è suddiviso in sei episodi, l’ultimo dei quali ambientato a Porto Tolle.

Ma un altro grande film neorealista doveva essere girato in Polesine: “Il grido” di Michelangelo Antonioni, con Alida Valli. Era tutto pronto, e le location erano state selezionate nel profondo Delta (che all’epoca, dopo “Paisà” di Rossellini, era una delle mete preferite dai grandi registi italiani). A mettere i bastoni fra le ruote arrivò la grande alluvione, con la rotta del Po del 1956 che costrinse il regista a cambiare radicalmente le proprie scelte. Del Polesine, secondo gli esperti, restano solo alcuni fotogrammi non facilmente identificabili.

Fra i film che invece sono stati girati in Polesine, c’è poi “La donna del fiume” di Mario Soldati, con Sofia Loren. Per motivi culturali e identitari più che per valore cinematografico, merita senza dubbio di essere ricordato “Scano Boa” del 1961 di Renato Dall’Ara (e il remake del 1996 di Giancarlo Marinelli) con Carla Gravina, tratto dal romanzo capolavoro di Gian Antonio Cibotto.

Fra i registi che hanno girato in provincia di Rovigo non si possono dimenticare Tinto Brass (“La vacanza” del 1971 ambientato a Contarina, con Vanessa Redgrave e Franco Nero), Giuliano Montaldo (“L’Agnese va a morire” del 1976) e Pupi Avati che fra Ca’ Venier e Scardovari nel 1976 ha girato lo splendido horror “La casa dalle finestre che ridono”.

Poi c’è l’indimenticato Carlo Mazzacurati. Il suo debutto cinematografico è legato al Delta, con “Notte italiana” del 1987. Poi, nel 2007, “La giusta distanza”, un film sull’integrazione attualissimo ancora oggi.

Dal sacro al profano, dal grande cinema ai “B movie”. Se chiedete ad un rodigino non più giovanissimo di un film girato in città, vi risponderà: “Cornetti alla crema” con Lino Banfi e, soprattutto, una Edwige Fenech al culmine della sua bellezza. Lui, sarto di abiti clericali, lei aspirante cantante lirica. Il film è tutto ambientato nel centro di Rovigo, con le scene principali in piazza Garibaldi.

Tornando alle cose serie: l’ultimo film in ordine di tempo che senza dubbio merita di essere ricordato è “La prima linea”, con Riccardo Scamarcio, che racconta un fatto di cronaca realmente accaduto nel 1982: l’assalto al carcere di Rovigo per far evadere quattro detenute. Un film per certi versi spietato e duro, dove il Polesine fa da scenario quasi inconsapevole ad una storia profondamente metropolitana, come in realtà fu quella delle organizzazioni terroristiche negli anni di piombo.

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