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CASO COIMPO

La Cassazione ordina: "Dovete ripristinare terreni e stabilimento"

Rigettati i ricorsi dei tre imputati, vertici aziendali, che un anno fa avevano scelto di patteggiare la pena: valido il dispositivo che obbliga al ripristino

Traffico illecito di rifiuti, Crepaldi patteggia 10 mesi

I terreni agricoli sequestrati dai carabinieri forestali

Il 30 maggio del 2018 avevano patteggiato una pena di otto mesi, sospesi con la condizionale, nell'ambito dell'indagine incentrata sul presunto spandimento illecito sui terreni agricoli del Polesine di enormi quantitativi di fanghi, non trattati come da normativa (LEGGI ARTICOLO). Al centro dell'indagine, portata avanti dai carabinieri forestali di Rovigo, l'attività delle due ditte Coimpo e Agribiofert, che condividevano lo stabilimento di Ca' Emo, Adria, e che si occupavano, secondo questa ricostruzione dei fatti, di trattare fanghi civili e industriali per utilizzarli poi come fertilizzante.

Quel patteggiamento, che pure era stato domandato dalla difesa di Rossano Stocco, 58 anni, chiamato in causa come legale rappresentante di Agribiofert, Alessia Pagnin, 43 anni, e Glenda Luisa, 28 anni, era stato poi impugnato dalla stessa difesa di fronte alla Corte di Cassazione. In particolare, la difesa puntava il dito contro una parte del dispositivo letto dal giudice per le udienze preliminari che aveva accettato e ratificato il patteggiamento, nella parte in cui questo provvedimento disponeva "altresì il ripristino dello stato dell'ambiente, con riferimento ai terreni, indicati nell'atto depositato dal pubblico ministero il 22 maggio del 2018, e allo smaltimento dei fanghi residui tuttora presenti all'interno dello stabilimento della Coimpo Srl".

Contro questa previsione, infatti, la difesa dei tre imputati aveva mosso varie censure: in primo luogo la genericità dell'ordine di ripristino, quindi il fatto che in realtà non vi sia alcun pericolo; poi, un contrasto tra quanto indicato nel dispositivo e quanto, invece, si afferma nelle motivazioni della sentenza; ancora, il fatto che l'ordine di bonifica non sarebbe previsto dalla legge; ancora, la circostanza per la quale la sospensione condizionale della pena non sarebbe stata estesa al ripristino.

Nessuna di queste argomentazioni ha tuttavia fatto breccia nella Cassazione. I ricorsi sono quindi stati dichiarati inammissibili e, a questo punto, l'obbligo di procedere al ripristino appare, alla luce della decisione della Suprema Corte, valido.

In seguito, anche un quarto imputato aveva patteggiato, per questa vicenda, a 10 mesi, sempre con la sospensione condizionale della pena (LEGGI ARTICOLO). Due imputati che non hanno patteggiato sono, invece, finiti a giudizio, di fronte al giudice ordinario. Secondo l'ipotesi di reato principale, le due aziende, per massimizzare la quantità di rifiuti trattabili nell'unità di tempo e, quindi, il guadagno, avrebbero saltato alcune fasi del trattamento dei fanghi previsto dalla legge, col rischio di fare finire nei campi fanghi con inquinanti.

Questo per quanto concerne il procedimento penale che aveva portato, nel dicembre del 2017, all'emissione di misure cautelari a carico di sei persone, ritenute vertici delle due aziende. La stessa inchiesta aveva poi portato a finire inquisite numerose altre persone. Per una trentina di queste è in corso l'udienza preliminare a Venezia.

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