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Caporalato, marocchino nei guai

Caporalato, un marocchino finisce nei guai. L’accusa è intermediazione illecita e sfruttamento di otto bengalesi ospiti nel centro di Cona. Un trentenne, residente a Bottrighe, avrebbe reclutato come manodopera, ad Agna, i migranti

Caporalato, marocchino nei guai

L’accusa è intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. In pratica: caporalato.

Rischia di finire a processo un marocchino, che ha più di 30 anni, regolare, residente a Bottrighe, frazione di Adria, accusato di aver reclutato come manodopera dei migranti, richiedenti asilo, per farli lavorare, sfruttati, in condizioni disumane nonché sottopagate, in qualche caso addirittura solo dietro la promessa di un guadagno basso e mai saldato.

I migranti sono otto esseri umani con cittadinanza del Bangladesh, arrivati in Italia con la speranza di trovare un lavoro e una condizione di maggior benessere rispetto a quello che vivevano in patria, ospiti nel centro di accoglienza dell’ex base militare di Cona nel Veneziano. Avevano solo un intermediario, il marocchino: a beneficiare di quelle prestazioni (anche se non risulta indagato) un agricoltore di Agna, proprietario di alcuni vigneti.

L’inchiesta svolta dai carabinieri della stazione di Agna, in collaborazione con l’ispettorato del lavoro, è ormai conclusa. Tra l’agosto e il settembre dello scorso anno l’agricoltore aveva la necessità di trovare manovalanza per la vendemmia.

Gli otto bengalesi, in attesa di perfezionare la pratica come richiedenti asilo, volevano racimolare qualche soldo.

Così alla richiesta del marocchino rispondono subito. E per 16 giorni al massimo, ciascuno di loro va a raccogliere l’uva: un lavoro sotto il sole cocente, in un clima torrido, svolto anche per più di 10 ore al giorno. E lo “stipendio”? Alla fine c’è chi ha incassato 50 euro, chi 100, chi nulla per tutti quei giorni di lavoro.

Il marocchino è risultato titolare di una ditta individuale con sede a Bottrighe di Adria, nella casa dove abita, in realtà un’abitazione da anni affittata a dei cittadini marocchini. E la ditta? Una sorta di piccola impresa “fantasma”, priva di struttura e mezzi, uno strumento per reclutare manodopera straniera irregolare da impiegare nei campi.

Ma gli otto bengalesi, quando non hanno visto un soldo, si sono sfogati con un volontario del centro per stranieri di Cona. Volontario che li ha ascoltati e accompagnati dai carabinieri per fare denuncia.

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