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La vittima, Lorenzo Ferracin fra precedenti per droga e la protesta per la casa

L'omicidio di Badia

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Vittima e carnefice avevano qualcosa in comune: i precedenti per spaccio di droga.



Lorenzo Ferracin, infatti, aveva trasformato la propria casa di Lendinara in un laboratorio per coltivare la marijuana destinata allo spaccio. I carabinieri lo avevano scoperto quasi per caso a ottobre del 2013, durante un blitz nella sua abitazione per possesso di armi. La perquisizione ha rivelato non soltanto la presenza di una granata e alcuni bossoli per armi da guerra, ma anche una pianta di marijuana a cui erano già state staccate le “cime”.



Seguendo quel primo indizio, i carabinieri avevano messo al setaccio l’intera casa, scoprendo che quel vaso era soltanto la punta dell’iceberg di una vera e propria coltivazione. Nel garage le piante messe ad essiccare erano infatti 5 chili, a cui se ne aggiungevano altrettanti nascosti dentro un armadio. A quel punto era scattato l’arresto per possesso, ai fini di spaccio, di sostanze stupefacenti.



Nel processo per direttissima che era seguito all’arresto, Ferracin era stato sottoposto all’obbligo di firma due volte alla settimana fino all’udienza definitiva, quella del 21 gennaio 2014, quando il lendinarese aveva scelto di patteggiare ottenendo una condanna a nove mesi di carcere e 3.400 euro di multa.



Ma Ferracin, oltre che per questa vicenda di droga, aveva attirato l’attenzione dell’opinione pubblica anche per la protesta contro le istituzioni, sorde ai bisogni dei cittadini. Ad agosto del 2016, infatti, il giovane era sceso in piazza a Lendinara con tanto di striscione per denunciare la propria situazione: “Sfrattato: vivo per strada, mentre ci sono le case popolari vuote”.



Alla richiesta d’aiuto il comune aveva risposto mettendogli a disposizione un alloggio adibito ad attività assistenziali a Ramodipalo. Si trattava di una soluzione straordinaria, vista la gravità della situazione di Ferracin, disoccupato e senza casa, e provvisoria.



Il contratto di locazione gratuita, della durata di tre mesi, poteva essere prorogato non oltre il 31 dicembre. L’intenzione del lendinarese era infatti quella di raggiungere al più presto un adeguato grado di autonomia.


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