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Piccolo non sempre è bello <br/>"Tra cinque anni solo 10 comuni"

L'intervista a Luigi Costato

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ROVIGO - Professor Luigi Costato, esiste un’identità polesana?

“Si certo, ma non coincide con strutture o istituzioni. Il Polesine è un territorio fra Adige e Po e comprende anche territori che non fanno parte tecnicamente della nostra provincia, come Cavarzere, ab immemorabili. Come è vero che è un’identità che sfugge andando verso Sud: il Po nel passato era una creatura in movimento tant’è vero che nelle zone lungo il fiume si parla un dialetto simile al ferrarese. Una maggiore unità soggettiva si è creata dopo l’alluvione del 1951, quando gli interventi effettuati nel Polesine Orientale hanno permesso a quei polesani di emergere da una condizione di vita talvolta disumana: si trattava di famiglie intere che, nel profondo delta del Po, viveva in case con il tetto di paglia e pavimenti in terra battuta”.

Che cosa distinguono il Polesine e Rovigo dalle città e dai territori vicini?

“La caratteristica di Rovigo e della sua provincia è che sono meno invase dall’impetuoso sviluppo industriale che contraddistingue buona parte del Veneto. Questo ci rende meno ricchi, ma la qualità della vita è molto buona, cosa non facile da trovare in altre zone del Nord d’Italia. Il pregio del Polesine è senza dubbio la sua vivibilità. Chi viene, visita i nostri luoghi per la prima volta resta sorpreso dalla pulizia delle strade, dalla bonomia della popolazione e dall’assenza del ritmo frenetico di altre città e provincie e da un traffico molto scorrevole. Il costo della vita è molto contenuto, come gli stessi affitti: dunque, pur essendoci meno ricchezza che in altri luoghi, si riesce a tenere un buon tenore di vita spendendo meno”.

Perché? Ci siamo persi qualcosa nel corso del tempo?

“Facciamo un breve excursus storico: se si esamina con cura la geografia italiana si rileva che dove esisteva il piccolo affitto agricolo e la mezzadria, lì si è sviluppata una mentalità imprenditoriale che ha saputo cogliere le opportunità della rivoluzione industriale. Così è accaduto in Toscana, nelle Marche, in Emilia Romagna, Lombardia, Veneto e Friuli. Nel territorio del Delta no, c’era la grande proprietà lavorata da braccianti, dipendenti. Questo a causa della morfologia del territorio che cambiava ad ogni piena e rendeva impossibile la sopravvivenza delle piccole imprese agricole. Solo da dopo l’alluvione del 1951 il Polesine Orientale ha cominciato a mutare volto e ad arrivare a superare, spesso, il più sviluppato, perché più stabile idraulicamente, Polesine occidentale. Ma il gap è ormai superato e, anche se meno industrializzati, possiamo guardare al futuro puntando sulle differenze che ci rendono ‘speciali’ rispetto agli altri”.

Il primo passo verso la destrutturazione del Polesine è stata l’abolizione delle Province, poi sono seguite tutte una serie di realtà economiche e amministrative (per esempio Unione Industriali, Camera di commercio, Cisl) e ora si discute sul destino delle Prefetture.


“L’eliminazione delle Province è stata un errore. O meglio, così com’erano non andavano bene e le loro funzioni andavano riviste. Il vero problema è costituito dai costi delle innumerevoli amministrazioni comunali, anche per paesi minuscoli, che non possono garantire servizi efficienti. Quindi, sarebbe stato opportuno, utilizzando le nuove tecnologie, incentivare la concentrazione dei comuni e recuperare le province come punto di aggregazione dei comuni per la produzione di servizi gestibili meglio unitariamente. In ogni caso, poiché il destino delle provincie appare segnato, esse dovrebbero essere sostituite da consorzi di comuni. Ma non sempre queste destrutturazioni, come lei chiama queste vicende, del territorio hanno penalizzato Rovigo: pensiamo al tribunale, in questo caso ha aumentato la sua importanza e la competenza territoriale”.

Quale dovrebbe essere il percorso verso Polesine 2020 a questo punto?

“Se penso al 2020 la strada giusta è un Polesine con 8-10 comuni invece di 50, dotati un organismo consortile che ovviamente li rappresenti tutti e che garantisca la gestione, unitariamente, di acqua, rifiuti, manutenzioni stradali ecc. Le funzioni amministrative saranno espletate da sportelli nei piccoli paesi dotati di strumenti al passo con la tecnologia che permette di rispondere in rete alle piccole esigenze burocratiche quotidiane comodamente, senza necessità di percorrere grandi distanze. Il consorzio dei Comuni dovrebbe garantire l’unificazione dei servizi e la gestione delle risorse rispondendo alle necessità di ottimizzazione coerentemente con le esigenze di centralizzazione delle politiche che riguardano tutto il territorio”.

Un esempio per capire meglio nella pratica?



“La Fondazione Banca del Monte, che presiedo, sta cambiando il proprio statuto in forza dell’abolizione delle Province. Uno dei rappresentanti nel consiglio di amministrazione era in quota alla Provincia di Rovigo, oggi prevediamo che, alla cessazione della provincia, questo compito sia affidato ai comuni di Adria, Porto Viro e Badia unitariamente. In fondo perdere l’istituzione di riferimento non vuol dire automaticamente perdere identità”.



Ma se ciò non si verificasse, per problemi di campanilismo o visioni politiche differenti?



“Allora forse rischieremmo di essere inseriti in fusioni con territori che sapranno meglio interpretare il cambiamento. E’ inevitabile constatare che i piccoli comuni presto non saranno più in grado, da soli, di garantire i servizi”.


Chi dovrebbero essere gli attori di questa evoluzione? Politica, mondo economico, mondo culturale?


“I cittadini stessi, ad iniziare dai giovanissimi. E il sistema scolastico dovrebbe indirizzare gli studenti all’amore per lo studio in sé. L’attitudine a informarsi, a conoscere e approfondire o problemi porterebbe i cittadini a comprendere di più i cambiamenti e ad intuire il futuro. I cittadini sono coloro che devono scegliere persone capaci di interpretare al meglio il territorio nelle amministrazioni comunali. A meno che non si auspichi una delega del potere a qualche ‘podestà’, conseguenza di una dittatura politica nazionale; come diceva Churchill la democrazia non funziona benissimo, ma non conosciamo metodi migliori di governo”. Dunque sta a tutti noi cercare di migliorarla.



Quindi il compito propulsivo del cambiamento sta al politico.


“Chi si occupa della cosa pubblica deve essere capace di capire dove ci porta il mondo, saper sfruttare tutte le possibilità che la tecnologia oggi offre ed avere la fantasia e la capacità di lettura dei numeri. Non farsi incantare dai tecnicismi, saper leggere i numeri per andare oltre il ‘non ci sono i soldi per…’ ma assicurare una corretta e ‘risparmiosa’ gestione del denaro pubblico, cioè di noi cittadini”.

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