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Il Polesine si farà in quattro <br/> "Identità storica e geografica"

L'intervista a Diego Crivellari

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ROVIGO - Taglio della prefettura, ridimensionamento della Provincia, associazioni di categoria e sindacati che si aggregano con altri territori. Quale sarà l’identità del Polesine 202o? Nell’arco di cinque anni il territorio fra Adige e Po deve ritrovare, o rilanciare, il proprio ruolo e la propria ragion d’essere. L’onorevole del Pd Diego Crivellari è certo che la dimensione sociale ed economica sarà al centro dei prossimi anni della provincia di Rovigo. E che il Polesine saprà davvero farsi in quattro.

Onorevole quale sarà l’identità del Polesine fra cinque anni?


“Un’area vasta dove l’identità del territorio è data all’80% dall’azione delle forze sociali ed economiche, e al 20% dalla capacità della politica di coordinare e seguire questi processi. Un’identità che non resta bloccata in vecchi stereotipi ma guarda avanti, senza la paura di cercare forme di aggregazione, ma anche rafforzamenti. Penso ad esempio al capoluogo, che con una nuova autorevolezza potrà essere polo di attrazione, aumentando la propria popolazione residente ed elevando il proprio peso specifico”.


Su quali binari potrà essere impostato il futuro?


“Ci sono quattro assi principali: il Delta vocato a pesca e turismo. Il capoluogo in grado di avere, appunto, una nuova autorevolezza. Quindi la linea del Po, con la sua vicinanza a Ferrara. E l’Alto Polesine, non solo distretto della giostra ma area fertile per imprese e nuove infrastrutture”.


Sta parlando di quattro ‘polesini’?


“Assolutamente no, ma di una fusione, di una sintesi di questi quattro aspetti. Anche perché l’identità polesana è data dalla geografia e dalla storia, il territorio è racchiuso da due grandi fiumi e dal mare. E se vogliamo proprio il Po ne è la sua spina dorsale. E teniamo presente che l’identità di un territorio non è un totem immutabile, ma, come tutto, si trasforma”.


Scendiamo nel dettaglio.


“Il Delta deve puntare sull’economia blu. Tramontate le velleità del polo energetico, il territorio ha il suo tesoro naturale nella pesca e nel turismo balneare e di visitazione. Con tutto l’indotto che può derivarne. Il Parco del Delta può essere collettore di queste due grandi linee. E non credo che un parco interregionale possa depauperare il Delta, anche perché vale la regola: a problemi comuni, soluzioni comuni. Il riconoscimento Unesco è unico, per questo vedo un parco solo, con Veneto ed Emilia che collaborano e lavorano per ottenere e sviluppare maggiori risorse economiche”.


Ma il Polesine non è solo Delta.


“Infatti. L’asta del Po è anche un grande territorio di cerniera. La zona di Occhiobello e Stienta ha già una sua identità, meticcia se vogliamo, ma resa così dalla storia, e di grande forza e ricchezza, con una piccola e media impresa molto sviluppata. C’è poi l’Alto Polesine, che non è solo giostra, anche se quest’ultima è un’eccellenza di valore mondiale. La Valdastico, con la prospettiva di prolungarla in Trentino, in questo senso, è una grande opportunità”.


E veniamo al capoluogo, a Rovigo.


“Non credo che l’accorpamento della prefettura si tradurrà in un declassamento della città. Le funzione essenziali resteranno a Rovigo. Il capoluogo deve saper esercitare la sua funzione politica, la sua autorevolezza. E puntare sull’università, sui servizi, e su un interporto che sappia essere polo logistico e di idrovia”.


Come fare per aumentare forza e autorevolezza?


“Attraendo i comuni della cintura. Partendo, ovviamente, dalle aggregazioni di funzioni e servizi. Per questo serve un disegno politico, amministrativo, ma anche legato all’urbanistica. Occorre anche rivedere i servizi pubblici, l’idea di una grande aggregazione con la Bassa Padovana è giusta, sia per i servizi che per la sanità. Diventerebbe un’area simile, più o meno, al nuovo collegio elettorale che interessa proprio Polesine e zone limitrofe. In questo modo Rovigo può essere attrattiva, e in quest’ottica ci metto anche Cavarzere, portata per motivi di vicinanza a gravitare più su Rovigo che su Venezia. In questo modo si possono fermare le forze Rovigo-centrifuge. E non vedo affatto come un incubo l’apertura ai privati, l’importante è che il controllo resti sempre in mano pubblica”.


Società partecipate, quindi, aperte alle fusioni?


“Un bacino di 250mila abitanti e utenti, è forse troppo piccolo per economie efficienti. Il controllo deve rimanere pubblico, l’ho detto, ma senza rimanere ancorati a impostazioni novecentesche. Certo prima bisogna consolidare quello che c’è e poi pensare a guardarsi attorno. L’identità del territorio non sarà messa a rischio da queste cose”.


E la classe politica?


“Deve crescere, uscire dalla logica del quartierino. La parola d’ordine è rinnovamento. E basta col crogiolarsi nel concetto di Polesine territorio marginale, più povero del Veneto. Associazioni di categoria e sindacati si sono aggregati con altri territori? Non ci sarà il deserto se, come nella nuova articolazione istituzionale, servizi e funzioni resteranno sul territorio, prendiamole come opportunità. Il Polesine deve farsi conoscere, uscire dal suo angolo, siamo terra di confine, e deve essere questa la nostra ricchezza. Da 40 anni siamo all’avanguardia in pesca e giostre, ma a volte nessuno sembra rendersene conto”.

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