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“Il futuro è nelle nostre mani <br/> bisogna pensare in grande”

L'intervista a Giordano Riello

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Giordano Riello

Incontrare Giordano Riello è sempre un piacere: a dispetto della giovane età, è imprenditore capace di analisi e di pensieri lunghi, che guardano al futuro con una lucidità e una consapevolezza non facili da incontrare nel mondo polesano.
Fatta la premessa, va in automatico che il presidente dei Giovani industriali del Veneto non si tiri indietro di fronte alle domande sul futuro del nostro Polesine da qui al 2020. Un futuro fatto di luci e ombre ma, soprattutto, di punti nodali da analizzare per mettere in campo una progettualità in grado di aiutare il territorio in una fase di oggettiva e frenetica trasformazione.



Dottor Riello, avrà ancora senso, da qui a un lustro, parlare del Polesine come di un’entità territoriale definita?


“Se per Polesine intendiamo esclusivamente, come dice la domanda, un’entità territoriale intesa come quella striscia di terra lunga e stretta fra il Po e l’Adige, direi di no. E’ anacronistico già oggi pensare al Polesine in questa accezione. Per avere un futuro bisogna avere la forza di pensare più in grande. Il campanile magari è bello, ma serve il coraggio di andare oltre l’identità proprio per salvaguardare il nostro patrimonio storico, culturale e industriale. Perché è sufficiente guardare le dinamiche polesane per rendersi conto che la popolazione si è già indirizzata, in modo involontario, verso altri poli di attrazione; per capire che geograficamente molti dei nostri concittadini gravitano già su altri baricenti, dal veronese, a Padova fino a Venezia”.



Non fa una piega. Ma dirlo, lo ammetterà, non è particolarmente politically correct...


“Diciamo così: se vogliamo avere un futuro come realtà con una propria identità, dobbiamo andare oltre; dobbiamo confrontarci con mondi che hanno una dimensione enormemente più vasta della nostra. Sarà poco romantico da dire, ma è una condizione indispensabile. Faccio un solo esempio: la sola Los Angeles ha un’estensione territoriale pari a quella che va da Venezia a Verona. E’ alla competizione con queste realtà che dobbiamo pensare”.



Per farlo, però, la buona volontà non basta. Quale progettualità bisognerà mettere in campo da qui al 2020 per avere qualche speranza di uscirne vivi?


“Bisognerà innanzitutto unire le forze per raggiungere una serie di obiettivi fondamentali. Penso ad esempio alla banda larga. Oggi in Polesine la banda ultralarga praticamente non esiste, e la banda larga raggiunge circa l’85% della popolazione. Bene. Sento parlare di progetti per raggiungere il 100% di copertura nei prossimi anni, quando nel resto del mondo anche la banda ultralarga inizierà ad essere superata. E’ solo un esempio, ma penso renda l’idea. Quando parlavo di unire le forze, poi, non mi riferivo alle energie interne al Polesine, ma alla necessità di coesione con i territori vicini. Solo in questo modo infatti si potrà creare quella massa critica in grado di mettere in moto risorse ed energie per raggiungere tutto il nostro territorio e valorizzarlo come merita”.



Una sfida “pesante”, non crede?


“Pesante? Sì, in un certo senso, perché va oltre gli schemi sui quali siamo abituati a ragionare. La vera scommessa sta nel riuscire ad andare oltre il nanismo territoriale. Se si resta legati al concetto di mera entità territoriale, si rischia una morte straziante. E questo vale non solo per noi. Per governare il cambiamento bisogna aggredire le novità, non subirle. Dobbiamo essere attori protagonisti nelle scelte per il nostro futuro”.



Questo cambiamento epocale presuppone anche una redistribuzione dei pesi e delle responsabilità? Chi può essere chiamato a guidare una fase tanto delicata?


“Di certo la politica e l’industria. Il Polesine, per stare al passo delle realtà vicine ha bisogno di infrastrutture materiali e immateriali. Della banda larga ho già parlato. Ma di pari passo servono nuovi collegamenti sia stradali che marittimi: lo sbocco a nord della Valdastico, la Nuova Romea, la Nogara mare, al pari del potenziamento delle realtà portuali, sono progetti indispensabili. Una volta sistemate le priorità infrastrutturali l’industria avrà le condizioni per dare vita ad una nuova fase di sviluppo”.



Il Polesine, a guardare i dati, si conferma ancora una volta una locomotiva un po’ spompata. Mentre nel resto del Veneto si vedono i primi segnali di ripresa, qui sembra andare tutto a rilento...


“E’ vero, perché in questo momento la ripresa è dettatata soprattutto dalle performance dei mercati esteri, mentre il mercato domestico si muove ancora con lentezza. E questo è un motivo in più per non chiudersi nel proprio particolare, per sfruttare la possibilità che ci viene offerta di legarci ad altri territori. Forse sarò ripetitivo, ma sono convinto che sia arrivato il momento di perdere il legame con il campanile, pur mantenendo la propria identità territoriale. L’industria questa strada l’ha già intrapresa. Dalla politica nazionale si vede qualche segnale”.



E dalle nostre parti?


“Anche attraverso il dialogo con il mondo produttivo, la politica dovrà trovare la forza di intercettare le necessità del territorio, di intervenire per guidare un percorso di cambiamento e di aggregazione che è assolutamente irreversibile”.



Qui però si discute ancora sull’opportunità o meno di dare vita ad un’unica azienda sanitaria a livello provinciale...


“Anche in questo caso, penso che bisognerebbe trovare il coraggio di andare subito oltre. Io sono perplesso già di fronte alla dimensione ipotizzata”.



Non sarà facile spiegarlo ai cittadini, non crede?


“Per niente, ma un reale cambio di rotta passa attraverso un’opera di educazione e di formazione. E bisogna smetterla con i partiti del “no” a tutto e a tutti. Nel mondo di oggi la più grande ricchezza è rappresentata dalla diversità”.



Un sogno nel cassetto?


“Un grande progetto di rilancio turistico per il Polesine. Il Delta è un po’ una mia fissazione: ma se si riuscisse ad intercettare il brand Venezia sarebbe una conquista dal valore realmente inestimabile per tutti”.



Anche entrando a far parte della città metropolitana?

“Magari... Sarebbe un grande successo”.

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