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Zero fusioni <br/> siamo polesani

Intervista a Fulvio Dal Zio

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Fulvio Dal Zio

Fulvio Dal Zio sgombera il campo: “Non è più tempo di inseguire chimere. Il Polesine punti al sodo, e valorizzi le vere potenzialità di cui dispone. Per uscire dalle secche bisogna puntare sulla produzione di eccellenza, e rendersi conto che il nostro punto di forza è la dotazione infrastrutturale”.
Il Polesine del futuro, per il leader della Cgil, è fortemente ancorato al territorio: non chiude le porte alle realtà limitrofe, “ma il rischio è quello di diventare subalterni. Dobbiamo prima rinforzarci al nostro interno, e poi guardare fuori”. Ricostruendo un’identità che poggi su un pilastro: la gestione dei servizi pubblici.




Dal Zio, ma il Polesine esiste?


“Sì, e ha potenzialità incredibili. Lo dico io che vengo da fuori, e fino al 2010 non conoscevo questo territorio. Ma registro lo stesso punto di vista anche da tanti altri che come me non sono nati qui ma ci sono arrivati. Devo dire però che questo territorio è stato colpevolmente abbandonato, e ora sta vivendo una fase molto delicata. Il rischio è l’emarginazione”.




In che senso?


“Nel resto del Veneto è la città capoluogo a fare da centro gravitazionale per il resto del territorio. Qui no, anche perché Rovigo ha dimensioni ben diverse da Padova, Verona o Venezia. A fare da collante tra identità diverse qui è sempre stata la provincia. Adesso che rischia di chiudere, il Polesine potrebbe andare in frantumi”.




E come si risolve?



“Senza la provincia ad acquistare sempre più peso nella costruzione della identità polesana devono essere le aziende che si occupano di servizi pubblici essenziali: acqua, rifiuti, gas. Ma anche le aziende sanitarie”.




Per queste aziende, la strada maestra sembra essere quella della fusione con realtà simili.


“No: date le dimensioni delle nostre aziende vorrebbe dire diventare subalterni. Secondo noi la via maestra è quella delle fusioni orizzontali: unire il territorio accentrando in un’unica azienda la gestione di acqua, gas e rifiuti”.




Una multiutility in salsa polesana. Ma ha senso in un mondo che va sempre più verso l’integrazione tra territori diversi?


“Se ti aggreghi a qualcuno più forte rischi di essere annesso e diventare periferia della periferia. La Camera di Commercio ha subìto questa situazione: i patti iniziali non sono stati rispettati e Venezia, nel nuovo ente camerale, ha fatto la parte del leone. Anche Cisl e Uil hanno preso la strada di Padova. Come Cgil invece non abbiamo intenzione di abbandonare questo territorio”.




Come può dire questo mentre la metà dei comuni pensa di lasciare Ecoambiente per approdare a qualcosa di diverso?


“Sarebbe assurdo. Chi perde una battaglia politica non può pensare di rifarsi affondando un’azienda”.




Dunque niente fusioni. Eppure, quando il discorso si sposta sui comuni, sembra che l’unica ricetta sia quella dell’aggregazione. Perché?



“Purtroppo non è più così, e dico purtroppo perché credo che le fusioni per i piccoli comuni siano l’unica strada. Ma abbiamo visto con Civitanova: non siamo ancora pronti a rinunciare al campanile, neanche quando il percorso parte dal basso, in modo democratico e condiviso. La gente non vuole perdere il proprio comune, dunque meglio parlare di unioni, purché non diventino un doppione che produce costi in più: da qui al 2020 vedo un Polesine con 10-15 poli attrattivi”.




Con Rovigo a tirare le fila?


“Il capoluogo dovrebbe assumere maggior peso. Certo non può comandare, ma neanche essere sotto costante ricatto dei piccoli. Va risolto il conflitto tra i livelli istituzionali: quello tra provincia e regione a cui abbiamo assistito per tanto tempo, quello più recente tra provincia e capoluogo e quello di questi giorni tra Rovigo e i piccoli comuni. Chi viene eletto deve dare risposte ai problemi concreti dei cittadini, agendo con responsabilità”.




Parliamo di lavoro. Il Polesine ha pagato un prezzo altissimo alla crisi. Come se ne esce?


“Valorizzando le potenzialità e le eccellenze che abbiamo. Penso al distretto della giostra, che è un gioiello, ma anche al primario, con Lusia e Rosolina. E poi il tessile, la gomma plastica e il metalmeccanico, un tessuto fatto di aziende medio piccole che hanno saputo resistere alla crisi. Il segreto è uscire dalla dimensione locale, e saper lavorare con l’estero. Il Polesine è un territorio attivo: ci sono fior di aziende che hanno deciso di investire qui, dalla Carraro alla Riello per arrivare alla Bormioli e non so quante altre”.




E le famose infrastrutture?


“Purtroppo qui si è perso molto tempo e si sono sprecate molte energie rincorrendo delle chimere. Il Polesine ha una dotazione di infrastrutture di assoluto rilievo e su questo deve puntare. C’è la A13, la nuova A31 che, in proiezione, arriverà fino a Trento, ci sono la Transpolesana e la Romea. Non sono contro le grandi opere, ma credo che la Nogara-Mare sia appunto una chimera, una superstrada c’è già, bisogna investire su una robusta manutenzione e migliorare l’allacciamento con la A4, a Verona, non trasformarla in autostrada per far pagare il pedaggio ai cittadini. Discorso diverso per la Romea: lì si che va fatto qualcosa per migliorare la viabilità. Poi bisogna portare la banda larga in tutto il territorio”.




Non ha nominato le idrovie. Chimera anche questa?


“No, è un’opportunità, anche turistica, ma dobbiamo essere coscienti che si tratta di un trasporto di nicchia. Non è la strada verso lo sviluppo, ma un valore aggiunto. Bisogna guardare prima ad altri tipi di infrastrutture”.




E’ stata una chimera anche la centrale Enel di Polesine Camerini? Eppure come Cgil ci avete creduto...


“L’Enel ha illuso questo territorio, ma credo che non debba lasciare il Polesine: deve rimanere, magari ridimensionando la propria presenza”.




Nel cuore del Delta?


“Per me parco e centrale non sono mai stati alternativi. In ogni caso, il Delta non è valorizzato come dovrebbe. Nella regione più turistica d’Italia, siamo ai margini del sistema turismo. Dobbiamo puntare ad attirare un turismo slow, anche fuori stagione: serve una legge regionale ad hoc. Il turismo dovrebbe essere uno dei nostri punti di forza, su cui insistere, invece siamo arrivati persino a pensare di vendere villa Badoer”.




Insomma, qual è la strada verso il 2020?


“Bisogna puntare sullo sviluppo di qualità, è ora di finirla di accontentarsi di galleggiare. Serve un’idea condivisa, il percorso, però, deve partire dai polesani: dobbiamo essere consci che nessuno ci toglierà le castagne dal fuoco”.

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