you reporter

“La nostra natura non si cancella <br/> ma serve una visione di prospettiva”

Intervista a Gian Michele Gambato

34740

Gian Michele Gambato

Il Polesine del 2020, come sarà? A disegnare il futuro è Gian Michele Gambato, vicepresidente di Unindustria, vicepresidente della Camera di commercio di Venezia-Rovigo e presidente di Sistemi territoriali. Ed immagina un territorio con grandi aggregazioni amministrative, ma tenute assieme da una strategia comune.


Gambato, fra cinque anni avrà ancora senso parlare di identità del Polesine?

“Avrà sempre senso perché l’identità di un territorio non si cancella, è una definizione culturale fatta di cultura, storia, tradizioni. Se mai dovesse cambiare qualcosa in ambito geografico, nel senso di confini disegnati su una cartina, sul piano delle dinamiche sociali il Polesine è e sarà come lo abbiamo conosciuto in tutti questi anni”.



Quindi lei si aspetta mutamenti, diciamo così, “fisici”?


“Non mi sorprenderei perché non si può non dire che alcune zone del Polesine sono sottoposte a forze di attrazione esterne, parlo dell’Alto Polesine attratto da Verona, o di una parte del Delta attratto da Venezia. Una cosa del genere non vuol dire smembrare il territorio, ma semplicemente rendersi conto che le dinamiche sono in continua evoluzione. E i movimenti possono essere in uscita e in entrata. Inoltre se va avanti la riforma sanitaria regionale il Polesine avrà un’azienda sanitaria unica, già questo sarà un tratto identificabile. Il Polesine avrà sempre una sua precisa connotazione”.



Quale?


“Quella data dalla sua tradizione e dal suo ambiente, i due fiumi, il mare, siamo terra di acqua, che non è un ossimoro, ma la nostra storia”.



Quindi le aggregazioni di enti, istituzioni, categorie, non costituiscono un impoverimento?


“No, perché si tratta di aggregazioni amministrative, che non hanno rilevanza sul piano culturale. Probabilmente, ed è solo questione di tempo, ci sarà un ridisegno dei territori con la definizione di ambiti economici ed urbanistici in base a diverse dinamiche”.



E il Polesine
?


“240mila abitanti distribuiti su 50 comuni impongono un nuovo modello geopolitico, che deve però partire dalla scala nazionale. Perché, ad esempio, se vengono abolite tutte le prefetture significa che lo Stato pensa ad un nuovo disegno istituzionale complessivo, se ne vengono tagliate solo alcune allora c’è un problema. Venendo al Polesine occorre accelerare sui processi aggregazionali di tipo amministrativo-burocratico, che vanno fatti su grande scala. Non parlo necessariamente di fusione di comuni, ma di fusione di funzioni. Io per il Polesine immagino tre grandi distretti amministrativi, che sono quelli dati dalla storia: Basso Polesine, Medio Polesine e Alto Polesine, aree unite da quello che dicevo prima, l’Adriatico, il delta, i fiumi, l’asta del Po, Quelli che una volta potevano essere punti di criticità, ora sono elementi da valorizzare”.



L’imprenditoria che ruolo può giocare?


“Da noi non ci sono grandi industrie, ma un sistema di medie e piccole imprese, alcune delle quali ben internazionalizzate. Per dare un impulso servirebbe avere infrastrutture materiali e immateriali ad alto livello. E per quelle immateriali intendo, come ha già sottolineato Giordano Riello, la banda larga e la banda ultra larga. Essere all’avanguardia nei processi tecnologici significa rimanere legati alle grandi aree europee. Questo potrebbe aiutare le nostre aziende manifatturiere e di conseguenza facilitare la ripresa dei consumi interni”.



Ha parlato di infrastrutture, il Polesine non è più quello di 30 anni fa.


“Certo, sono stati fatti enormi passi avanti. La Transpolesana ci porta a Verona in 45 minuti, con la Valdastico si arriva subito a Vicenza, e l’auspicio è di prolungare il collegamento fino alla Brennero. E non dimentichiamo che solo a Rovigo ci sono tre caselli autostradali. Insomma l’alibi dell’isolamento non regge più. Quindi basta piangerci addosso, ritroviamo la fiducia e le progettualità per costruire qualcosa che riguarda il futuro. Leggere il passato insegna a capire il presente e a creare i presupposti per tracciare il futuro. Perché i segnali di ripresa ci sono, e chi non cavalca l’onda e salta sul treno rischia di rimanere indietro. Altro aspetto dove il territorio deve migliorare però è la comunicazione, che è molto carente. Parlo di comunicare le proprie eccellenze, i propri punti di forza. Si tratta di un limite, che denota la mancanza di un progetto complessivo”.



Un invito a tutti a rimboccarsi le maniche?


“Certo occorre pensare a una vera strategia per il territorio, costruire con quello che si ha, e non pensare a quello che si vorrebbe avere. Il futuro è adesso”.



Parla di strategia, di progettualità. Compiti che spettano alla politica.


“Per il Polesine verrebbe da fare una battuta: politica cercasi. Oggi c’è la crisi dei politici più che della politica, perché troppe volte il territorio polesano appare diviso su tutto. Eppure la politica è un’esperienza forte della società civile. E credo che anche in Polesine la società è in grado di generare capitani d’industria e capitani della politica, come tutte le cose umane si tratta di processi ciclici”.



Il capoluogo?


“In una dinamica di assottigliamento degli altri enti territoriali, inevitabilmente Rovigo deve e dovrà assumere un ruolo leader. Però serve una visione di prospettiva per programmare il futuro. Sento spesso parlare di ‘grande Rovigo’, ma servirebbe un’attrattività diversa da quella attuale. E poi, tornando alla politica, da tempo manca un vero confronto per capire dove si va”.

LASCIA IL TUO COMMENTO:

Condividi le tue opinioni su La Voce di Rovigo

Caratteri rimanenti: 1000

commenti 0

GLI SPECIALI

speciali : meraviglie del delta
Speciali: energia

Notizie più lette

Copyright 2018 © | Tutti i diritti riservati.
Privacy Policy - Condizioni di utilizzo

Powered by Gmde srl