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"Serve un progetto unitario <br/>che ci renda orgogliosi di vivere qui"

L'intervista a Mattia Signorini

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Il Polesine che conta ha poche idee e molto confuse. E forse, preso dalle inutili battaglie per la spartizione della poca ricchezza che c’è, ha altro a cui pensare. Nel passato sono stati persi troppi treni e ora, per far uscire il Polesine dal binario dello smembramento serve un progetto “da Frecciarossa”. Mattia Signorini, giovane scrittore rodigino dalle idee di successo, ci propone la sua visione delle cose che parte da un rilancio dell’immagine del nostro territorio.


Esiste innanzitutto un’identità polesana?



“L'identità ha a che fare con l'orgoglio di sentirsi appartenenti a un determinato luogo. Alcune persone di sicuro sono orgogliose di essere polesane, ma non mi sembra facciano parte della maggioranza, e questo dovrebbe essere il punto di partenza di ogni riflessione. Mi sembra siano più forti le singole identità di appartenenza a Rovigo o a paesi e territori circoscritti. Viviamo in una terra stupenda e dobbiamo iniziare a lavorare per costruire questa identità, con progetti forti e senza più improvvisare o scambiando la medietà con l'eccellenza”.



Ciò che distingue il Polesine dalle grandi città vicine - questi poli attrattivi ci fanno pensare a un futuro di divisione tra Verona, Padova, e Venezia - può essere un valore aggiunto o finirà per farci fagocitare?



“Il Polesine non ha le caratteristiche di una città, è una lunga striscia di terra con una storia e un'economia comune. Credo sia sotto agli occhi di tutti però che smembrarlo per affidarlo a poli economici come Padova, Verona e Venezia sarebbe un errore madornale che non possiamo fare. Sarebbe come dichiarare la nostra incapacità di cittadini e istituzioni a farci carico di promuovere in modo forte e organizzato la terra in cui viviamo. Mi chiedo chi si prenderà questa responsabilità a livello politico adesso che la Provincia si sta progressivamente svuotando di potere e contenuti. Forse si potrebbe partire da grandi realtà capofila, come ad esempio i Gal, il Consvipo, la Camera di Commercio, l'Associazione Industriali e costruire insieme a loro un grande progetto unitario che reinventi il Polesine a partire dalla costruzione di un'immagine pubblicitaria anche al di fuori dei suoi confini, attraverso un forte investimento economico nella comunicazione e nel potenziamento degli intinerari turistici e culturali. Qualcosa è già stato fatto in questi anni, molto rimane ancora da fare”.



Ci siamo persi qualcosa nel corso del tempo e quale treno sarebbe ora di prendere?



“Tanti treni hanno provato a partire negli anni, ma qualcosa è andato storto. A Rovigo e in provincia manca una visione condivisa forte, e forse manca anche un buon numero di persone con una grande visione personale e una profonda cultura sociale. Anche qui siamo figli di certa abitudine italiana che prima di volere il bene comune tende a preservare i piccoli centri di potere. Fino a quando continueranno a lottare tra di loro e contro il possibile nuovo che avanza per dividersi e tenersi stretto il poco pane che c'è, andremo ben poco lontano. I giovani con nuove idee vengono spesso archiviati come faldoni scomodi o gli vengono affidati progetti di secondaria importanza. Certo, ci sono molte associazioni e persone che realizzano progetti validi e cercano di fare rete, ma le loro energie vengono disperse come barche in mezzo a un oceano di interessi altri".


Per mettere in piedi progetti di grande valore, che fanno rumore e vengono percepiti tali anche fuori di qui servono molti soldi e forze fresche. Se ne può discutere, ma questo è il punto di partenza.


Di realtà anche economiche che lottano per migliorare la città e il nostro territorio tuttavia ce ne sono, e dovrebbero essere di esempio a molti altri: nella mia esperienza personale non posso che parlare bene della Fondazione Banca del Monte di Rovigo e dell'Accademia dei Concordi che hanno creduto a Rovigoracconta ciecamente e gli hanno dato fiducia per due anni, fino a quando è diventato una realtà da migliaia di spettatori, e dell'Associazione Industriali che ha fatto lo stesso coinvolgendo anche sponsor privati. O ancora la Fondazione Cassa di Risparmio che ha aiutato tanti ragazzi a realizzare le loro visioni con iniziative come Culturalmente o Funder35, per citarne due, ed è sempre presente in città e in provincia con molti altri progetti. A tutti loro dico bravi, e grazie, siete un faro da cui prendere esempio”.



Quale dovrebbe essere il percorso verso Polesine 2020 a questo punto?



“A oggi è una lunga strada di cui abbiamo percorso solo pochi chilometri. Dobbiamo metterci a correre subito, senza nasconderci dietro elenchi di cose già fatte che per la maggior parte non hanno lasciato il segno. Razionalizzare e unire le risorse economiche disponibili e reperire al più presto dei Fondi Europei per creare un progetto unitario sulla valorizzazione del Polesine tutto. Io più di qualche idea l'avrei, e non credo di essere l'unico, ma servirebbe una volontà politica e sociale non solo di forte investimento, che è ovviamente necessario, ma anche di visione futura e di coinvolgimento di realtà nuove. Bisogna reinventare il territorio e renderlo popolare anche a chi non abita da queste parti. Il primo passo è quello di rendere orgoglioso chi già ci abita. Sarà un biglietto da visita naturale e non farà scappare così tanti giovani in altre città. L'esodo di giovani sta diventando un'emorragia che ci svuoterà sempre di più”.




Se ciò non succedesse?



“Quello che mi preoccupa molto è che nonostante i tentativi non è mai successo fino a ora. Siamo saliti su ben pochi treni, e tutti regionali. Mancano grandi progetti da Frecciarossa”.



Quali dovrebbero essere gli attori di questa evoluzione? Politici, imprenditori, mondo culturale?




“Serve una stessa sinergia con una grande visione globale e con forte trasparenza. E’ necessario per partire che tutte le realtà di Rovigo e provincia vengano messe a sistema, condivise al pubblico con una massiccia informazione comune e rendicontate fino all'ultimo centesimo. Valutare nei mesi cosa funziona e cosa no e agire di conseguenza spostando velocemente le poche risorse disponibili sui progetti di maggior richiamo facendoli crescere e portandoli all'attenzione nazionale”.

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