you reporter

"Basta ragionare in piccolo<br/>area vasta e comuni dimezzati"

L'intervista a Leonardo Raito

49162
Quei due argini gli stanno stretti. Po e Adige non devono più essere le barriere contenitive di un Polesine che non vuole avere contatti con l’esterno. Ma un punto di partenza per costruire qualcosa di nuovo. Leonardo Raito, sindaco di Polesella e docente universitario (insegna storia a Padova) non ha dubbi: il treno dello sviluppo, oggi, passa attraverso la costruzione dell’area vasta. Il Polesine, dunque, deve aggregarsi alle realtà limitrofe per poter costruire qualcosa di più grande. E il primo passo è dimezzare il numero dei comuni, portandoli circa a quota 20.


Leonardo Raito, innanzitutto: esiste un’identità polesana?


“Un’identità è qualcosa che affonda le radici nella storia, è fatta di tradizioni, di senso di appartenenza. Credo che la nostra storia dimostri come il territorio polesano sia stato da sempre molto frazionato. Veneziani da un lato, ferraresi dall’altro. Ancora oggi il territorio presenta marcate differenze, per esempio nei dialetti, nella pronuncia, persino nelle scelte politiche. Direi che esiste un’area rivierasca legata al Po, una dell’asta dell’Adige, una del Delta. La nostra gente è stata accomunata dal rapporto con l’ambiente, con i fiumi che hanno condizionato la loro vita, con la fatica, il lavoro, l’emigrazione. Siamo tutti polesani, ma con delle differenze; secondo me quelle differenze, quelle piccole sfaccettature possono essere un punto di forza del nostro senso di appartenenza e di valorizzazione delle peculiarità territoriali”.




Queste nostre identità multiple (ma legate) non rischiano di perdersi a causa del progressivo smantellamento istituzionale a cui stiamo andando incontro, ad iniziare dall’abolizione della provincia?


“Perdere sedi istituzionali di sicuro non aiuta perché, nel bene o nel male, le istituzioni sono dei punti di riferimento. Credo che alcuni passi si potessero fare prima. Con coraggio ad esempio, si potevano aprire dei canali di ragionamento con altre province nella logica dell’area vasta. Comunque si, perdendo le istituzioni si incorre nel rischio che il territorio diventi periferia. Credo che questa situazione spingerà a nuovi passi avanti, a nuove aggregazioni. Ci siamo resi tutti conto che il ‘micro’ non sta più in piedi, e che occorre ragionare in chiave di ‘macro’”.




Oltre che sindaco, lei è anche docente universitario di storia. In questa veste, come vede - in prospettiva - le evoluzioni in atto per il nostro territorio?


“Credo sia, appunto, tempo di strutturarci per diventare in grado di reggere le sfide del futuro. E strutturarsi vuol dire aggregarsi per crescere ed acquisire più peso, in diversi settori. Per esempio ritengo assurdo che un territorio così poco popolato come il nostro, senza eccessiva rarefazione abitativa, abbia un numero così elevato di comuni. Per il Polesine aveva più senso un ente come la provincia e la riduzione a una ventina del numero dei comuni, specie oggi, nel 2015, che le tecnologie abbattono le distanze. Il nostro territorio, comunque, potrebbe avere ancora dei vantaggi se saprà sfruttare a pieno le sue potenzialità, ad esempio logistiche, nei collegamenti o sviluppando qualche settore di nicchia, specie in campo turistico”.



Ciò che distingue il Polesine dalle grandi città può essere un valore aggiunto o finirà per farci fagocitare?


“Può essere un valore aggiunto. Ma dobbiamo essere i primi a esserne convinti, a volerci più bene. La tendenza ad auto-denigrarci e a dividerci perpetrando la politica degli orticelli non ci aiuta. Più piccolo sei, più facile è venire fagocitato. Ragionare in piccolo porta a restare piccoli. Ricordo che nel 2007, almeno a livello di segreteria provinciale dei Ds, si parlava di un’unica multiutility polesana che si occupasse di acqua, rifiuti, servizi informatici. Venne bocciata per salvaguardare un paio di cda. Eppure quel tipo di azienda avrebbe avuto maggiori possibilità di essere competitiva e di resistere in un mercato sempre più aggressivo. Non se ne fece nulla. Non ci sorprenda allora se le nostre aziende partecipate verranno acquisite da grandi gruppi. Ciò tuttavia, il nostro territorio potrebbe avere delle potenzialità, ad esempio stimolando le comunità nella logica di un’accoglienza diffusa, creando reti di collegamento nell’ambito della mobilità lenta, valorizzando quel buono (come ad esempio certi prodotti della terra) che abbiamo”.



Ci siamo persi qualcosa nel corso del tempo? Quale treno sarebbe ora di prendere?


“Credo che di treni ne siano stati persi molti e in molti settori. Per esempio non si è saputo creare un polo industriale e si è preferito frazionare le aree insediative in una miriade di piccole zone artigianali comunali: cementificare anche dove non ce n’era bisogno. Ma un treno vero si può ancora prendere al volo, ed è quello del turismo, nelle sue molteplici sfaccettature, perché sono convinto che non lo abbiamo ancora sviluppato a pieno. Lo hanno detto in molti che l’Emilia Romagna sa vendere nel mondo come Delta del Po una striscia di terra e noi non sappiamo valorizzare quello straordinario ambiente che è nostro. Perché? Abbiamo una scarsa propensione alla cultura dell’accoglienza. Abbiamo una politica a volte miope. Anche di fronte alle occasioni più ghiotte sappiamo più dividerci che metterci insieme”.




Quale dovrebbe essere il percorso verso Polesine 2020 a questo punto?


“Secondo me bisogna rafforzare le capacità ricettive del territorio. Costruire nuove occasioni di conoscenza e valorizzazione del bello che abbiamo. Perché ad esempio, non costruire un ecomuseo della civiltà idraulica polesana che abbini archeologia industriale, ciclabili, intermodalità e percorsi della mobilità lenta? Poi fare del Delta un vero polo di attrazione. Inserire il Polesine nei circuiti che contano, magari anche a livello sportivo (penso al ciclismo) perché il territorio sia un marchio riconoscibile sempre. Credo che la realizzazione di infrastrutture come la Nogara Mare, e la Rome Commerciale, magari il rafforzamento della linea ferroviaria Verona-Chioggia potrebbero aiutarci. Infine, se penso all’invecchiamento della popolazione, credo che anche i servizi potrebbero, se ben strutturati, messi in rete e valorizzati, rappresentare un’occasione di sviluppo e di occupazione (per le professioni socio sanitarie). Infine il settore primario che pare stia ricevendo, a livello globale, nuovi impulsi. Siamo una pianura e abbiamo il mare: valorizziamo di più i buoni prodotti della nostra terra”.




E se ciò non succedesse?


“Resteremmo un’area di passaggio, un grande dormitorio, un parcheggio. Abbiamo già un tasso di natalità molto ridotto e restiamo stabili soprattutto grazie all’apporto di nuova nascite, in larga parte straniere. Senza occasioni prevedo che i giovani migliori cerchino altrove la propria via, si cancellerebbero le ultime tracce di collegamento con le nostre origini. Insomma, non la vedo proprio rosea”.




Quali dovrebbero essere gli attori di questa evoluzione?


“Io credo che la politica possa sempre fare tantissimo, specie quando riesce a coordinare anche il mondo dell’impresa e i diversi portatori di interesse di un territorio. La buona politica, però: quella che non pensa al vantaggio immediato, ma che sa valutare i risultati positivi di una programmazione a media scadenza. Il mondo della cultura sappia essere più aperto alle novità e al confronto con realtà che hanno fatto della cultura una vera e propria miniera. In sostanza, apriamoci, non chiudiamoci su noi stessi. I grandi risultati li ha sempre ottenuti chi ha saputo guardare oltre. A noi bastano gli argini del Po e dell’Adige a stringerci. Non ci vuole molto a guardare un po’ più in là”.

LASCIA IL TUO COMMENTO:

Condividi le tue opinioni su La Voce di Rovigo

Caratteri rimanenti: 1000

commenti 0

GLI SPECIALI

speciali : meraviglie del delta
Speciali: energia

Notizie più lette

Copyright 2018 © | Tutti i diritti riservati.
Privacy Policy - Condizioni di utilizzo

Powered by Gmde srl