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La sfida è tutta nel turismo<br/> quanti credono nel Delta del Po?

L'inchiesta

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Si è parlato molto, in queste settimane di inchiesta sul futuro del Polesine, della necessità di investire sulle infrastrutture materiali (strade e ferrovie) e immateriali (rete ultraveloce), e si è parlato molto del futuro istituzionale di questa terra (dall’Ulss unica, oramai un dato di fatto all’indispensabile riorganizzazione della rete dei comuni). Si è parlato meno, ad essere onesti, del turismo e delle grandi potenzialità finora inespresse che potrebbero diventare uno dei grandi volani di rilancio di questa realtà.

Il riconoscimento Unesco recentemente ottenuto dal Parco del Delta come riserva Mab è un risultato che ve ben oltre la pur legittima soddisfazione. Il Delta è entrato ufficialmente a far parte di un grande movimento mondiale che raggruppa solo le eccellenze assolute. Il Parco del Delta non è diventato dunque soltanto una realtà irreversibile (cosa che a qualcuno, fino a pochi anni fa, non avrebbe fatto un grande piacere), ma pone l’intero Polesine di fronte alla necessità di ragionare seriamente su come investire risorse ed energie per la sua tutela e la sua valorizzazione a livello regionale, nazionale e internazionale.

Il Parco del Delta del Po e la Regione, dunque, come collante di un territorio che ha finalmente la grande possibilità di uscire dal proprio stato di “isolamento” (e anche di minore impatto turistico rispetto al più piccolo “gemello” emiliano) per presentarsi al grande pubblico mettendo a frutto potenzialità praticamente illimitate. Non è un caso - e anche da questo si è partiti nell’idea di ragionare su Polesine 2020 - che il sindaco di Venezia abbia lanciato con convinzione l’idea di inserire il territorio del Delta all’interno dell’area metropolitana.



Ecco la sfida: fino a che punto il Polesine crede nel turismo? Perché fare turismo è davvero una sfida a tutto tondo, e presuppone, oltre agli investimenti, anche una profonda operazione culturale, di comunicazione e di formazione.


Particolarmente interessante, da questo punto di vista, l’idea dell’assessore regionale ai Parchi, Cristiano Corazzari, che nella sua intervista parla senza mezzi termini della necessità di dare vita ad una “brand Polesine” legato al concetto dei fiumi. E ovviamente al Delta. Un’idea che probabilmente troverà pronti gli operatori privati. Ma il pubblico? Quel pubblico che non riesce ad investire fino in fondo neppure le risorse messe a disposizione dal Gal Delta del Po (non si va oltre il 60% dei fondi utilizzati), avrà la forza di seguire l’onda di questa idea? “In passato - ha spiegato l’assessore Corazzari - il Parco non ha saputo portare un reale valore aggiunto in termini di sviluppo, ma è stato vissuto solo come fonte di vincoli e burocrazia. Solo un Parco del Delta che promuova le sue bellezze naturali in armonia con la presenza dell’uomo e delle sue attività può essere un fattore di sviluppo...”.


Altrimenti si rischia di fare il gioco della concorrenza, come è accaduto fino ad oggi con il vicino (più piccolo e meno interessante) Parco del Delta dell’Emilia Romagna, che grazie ad un’organizzazione turistica rodata è riuscito a diventare praticamente l’unico destinatario dei flussi di visitatori, lasciando al Polesine solo le briciole. Il turismo fluviale, dunque. E poi quello naturalistico ed ecosostenibile. Fino ad arrivare all’ittiturismo. Di strada da fare ce n’è un bel po’. Perché fare turismo non è un gioco: è una scienza fatta di studio, di organizzazione, di capacità di creare un prodotto e di renderlo appetibile. Sul mercato globale non basta essere “i più belli”. Non è sufficiente - per usare un linguaggio commerciale - alzare la saracinesca per ottenere risultati. Sul mercato globale vincono le idee e la capacità di fare impresa. A partire, perché no, da un grande brand.

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