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Il futuro passa dal Delta del Po <br/> grande risorsa del turismo polesano

L'inchiesta

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Fino a qualche mese fa erano i due giganti, per diverse ragioni, del delta del Po. Due dei principali motivi per cui il Basso Polesine, e l’intero territorio della provincia di Rovigo, potevano essere conosciuti al di fuori dei confini di Adige e Po. Per molti versi costretti a convivere in un abbraccio paradossale. Ora però ne resta soltanto uno, anche se l’altro ancora non si è capito che futuro avrà.

Sono il Parco del Delta del Po e la centrale Enel di Polesine Camerini. Per anni hanno monopolizzato il dibattito, ed ora assumono la forma di due punti di domanda. La centrale elettrica di Porto Tolle rischia, infatti, di diventare un gigantesco relitto del passato. Tramontata, dopo un dibattito durato anni, l’idea di mantenere in funzione l’impianto energetico i dubbi ora si accavallano sul destino di quel sito. La bonifica è una necessità ambientale, ma i punti di domanda riguardano anche la destinazione futura di quell’area. Nei mesi scorsi sono state avanzate delle idee, che però non hanno mai raggiunto i crismi di una pianificazione dettagliata. Di sicuro la prima cosa da fare sarà lo smantellamento degli impianti e la bonifica di quelle aree tra terra e mare. Ma poi? In più occasioni si è parlato di vocazione turistica, per riconvertire il sito con mega strutture ricettive. Ma con quali investimenti? Quali prospettive? Su questo tasto ha pigiato proprio l’assessore regionale a alla cultura Cristiano Corazzari definendo strategica, per il territorio, la riqualificazione in chiave turistica della ormai ex centrale. Che resti un relitto del passato sarebbe uno sfregio al territorio, una delle grande sfide del Polesine è proprio questa.


Il Parco del Delta, invece è la più grande scommessa. Il treno sul quale potrebbe salire l’intero sviluppo turistico del Polesine, molto più di una semplice vetrina, che proprio pochi mesi fa ha ricevuto i galloni dell’internazionalità con il riconoscimento dell’Unesco. E tutti i politici, le istituzioni, le personalità intervistate per Polesine 2020 hanno evidenziato come il vero decollo del Parco possa essere un tratto identitario per tutto il Polesine, una specie di marchio. Eppure si deve ancora uscire dall’ambiguità, quella di un parco diviso in due, fra Veneto ed Emilia, dove l’assurdità è che a livello di marketing la parte emiliana, seppur più limitata, e quella più nota. Proprio qua sta la scommessa: il Parco è in rampa di lancio, ma deve riuscire a spiccare il balzo per un salto di qualità. Che significa anche dotarsi di strutture ricettive, attrezzature e strumenti per il turismo, capacità di penetrare i grandi mercati del turismo internazionale. Saper amalgamare l’industria del turismo con la tutela ambientale e la pesca. Per fare questo servono una visione e un progetto. E soprattutto quelle risorse economiche che, come hanno sottolineato in tanti, la parte pubblica non è mai riuscita a garantire in pieno. Servono investimenti dunque, perché se le meraviglie del delta continueranno ad essere patrimonio di pochi, il tanto sospirato decollo è destinato a diventare l’ennesima incompiuta.


Sul Delta, poi, e quindi sul parco, si allunga anche la longa manus di Venezia area metropolitana, sotto la cui influenza potrebbe finire l’intero Basso Polesine. La capacità strategica di una classe dirigente sta anche nel trasformare quel che potrebbe sembrare una ingerenza, in valore aggiunto e punto di forza.

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