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Rovigo

Duecento giorni di solitudine

Il chiosco è abusivo da metà giugno: un monumento all’abbandono. Una vicenda assurda, tra burocrazia e incapacità di decidere cosa fare della struttura.

Fermatevi un attimo a pensare. Quanti sono duecento giorni? Quasi quanti ci mette un bambino a nascere. In duecento giorni le stagioni cambiano tre volte. E il centro di una città si trasforma, per ambienti e per colori. Una cosa, però, resta immutabile, a Rovigo, rispetto a duecento giorni fa: il chiosco di piazza Merlin, che da duecento giorni, dal bar-gelateria che era, si è trasformato in un monumento. Sì: un monumento al degrado e all’abbandono.

Il nostro contagiorni marca un altro record: con oggi, abbiamo raggiunto quota 200. Quota 200 da quando questa grottesca vicenda ha raggiunto il suo apice. Da quando, cioè, è scaduta la convenzione ventennale per l’occupazione del suolo pubblico per la struttura che sorge alla confluenza tra via X Luglio e via Cavour, proprio di fronte a porta San Bortolo, in uno degli scorci più belli della nostra città. E da quando, in Comune, qualcuno ha deciso di non decidere. Di porre fine all’esperienza del chiosco, come pubblico esercizio, e trasformarlo in un non-luogo, in una non-cosa. In un altro buco nero nel cuore di Rovigo.

Inutile fare i nomi dei protagonisti di questa vicenda. Noi li facciamo da 200 giorni. Daniele Zago, titolare del chiosco, li ha scritti nero su bianco sui tanti tazebao che, in 200 giorni, si sono alternati sulle vetrate della struttura, e dai quali il proprietario della struttura ha gridato la propria angoscia per una vicenda - ha confessato a più riprese - che lo ha rovinato. Luigi Paulon, assessore al commercio, Paolo Avezzù, presidente del consiglio comunale, eccetera eccetera: questi i nomi gridati dai manifesti. Ma a questo punto della storia, che importanza ha?

Quello che resta è l’ennesimo pasticcio che ruota attorno al Comune di Rovigo. E l’ennesima assurdità burocratica che ha però travolto la vita di un cittadino, un lavoratore, un imprenditore. Perché, oltre alla volontà di chiudere il bar, dal Comune non è stato fatto nessun ulteriore passo per mettere fine a questa vicenda. Chi voleva cacciare Zago (e c’è riuscito) aveva promesso che con lui se ne sarebbe andato anche il chiosco, da qualcuno ritenuto antiestetico (ma sui gusti non entriamo...).

Invece, a duecento giorni di distanza, il chiosco è ancora al suo posto. Il Comune ha detto di volerlo abbattere, sì, ma non ha mai previsto nemmeno un euro per un lavoro che rischia di costarne decine di migliaia: non solo e non tanto per smontarlo, quanto per poi trasportarne i pezzi via da piazza Merlin e - soprattutto - per rifare la piazza in quel punto, nel “cratere” lasciato dal chiosco. Ma non ci sono i soldi per le buche normali, figuriamoci per un intervento di questo tipo.

Senza contare un’altra assurdità di questa vicenda: il suolo pubblico è del Comune, che ha scelto di non rinnovare la concessione, ma la struttura che vi sorge sopra è privata. Perché, oltre 20 anni fa, il Comune non aveva i soldi per realizzare il progetto, e dunque i costi per erigere il chiosco se lo sono acollato interamente i gestori delle attività che, per anni, si sono sviluppate al suo interno.

E allora, perché scartare quella che poteva essere l’unica opzione ragionevole e su cui ha lavorato, l’estate scorsa, il vicesindaco Andrea Bimbatti? L’idea era semplice quanto efficace: concedere quella struttura, sempre sotto la supervisione di Zago (che avrebbe quindi conservato il proprio lavoro) ad un’associazione che si occupa del reinserimento lavorativo dei ragazzi disabili, che in questo caso avrebbero imparato a fare i baristi.

Con una sola mossa tante soluzioni: dare un orizzonte a quei ragazzi, far rivivere il chiosco e quell’angolo di città, non rovinare una persona che su quella struttura ha investito. Ma le soluzioni semplici, a Rovigo, non trovano spazio. E così tutto è finito accantonato: prima lasciato sulla scrivania, poi messo in un cassetto, infine eliminato. Molto più facile tenersi il chiosco così com’è: vuoto, spento, degradato. Da duecento giorni. E per chissà quanti altri ancora.

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