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Paraguay, tra natura e missioni

Il paese dell'America del Sud è fra i meno conosciuti, ma è ricco di storia e di fascino. Le chiese locali, protette dall'Unesco, sono dei veri capolavori dell'arte indigena.

Paraguay, tra natura e missioni

A torto è uno dei paesi meno conosciuti dell’America del Sud, anche se fra quelli più ricchi di fascino e di storia. Chi ha visto il celebre film Mission, lo ricorda bene.

Questa terra, tagliata in due dal Tropico del Capricorno, cela importanti tesori ambientali e naturalistici anche se tra forti contrasti: estremamente povero e sfacciatamente ricco, disseminato di enormi riserve naturali esotiche e imponenti dighe, carretti a fianco di auto di lusso, botteghe artigiane e centri commerciali. Ci sono ben cinque siti Unesco, di cui tre sono parchi nazionali.

Il Paraguay, più grande dell’Italia ma con appena 6,5 milioni di abitanti, si presenta come un bassopiano alluvionale ai piedi delle Ande, solcato da imponenti fiumi: spina dorsale è il Rio Paraguay, affluente del Paranà, che taglia in due il paese.

A est un fertile tavolato produttivo dove si concentra il 97 per cento della popolazione, a ovest il Chaco, un’enorme savana arida semidesertica e con aree umide allagate, prolungamento con le stesse caratteristiche ambientali del Pantanal brasiliano, regno della flora (cedri, mogani e palme) e della fauna selvatica (uccelli, serpenti, armadilli, formichieri, capibara e giaguari), ma anche dei grandi allevamenti di bovini, principale alimento di una popolazione all’86 per cento india e meticcia.

Il Paraguay merita di essere visitato per le missioni gesuitiche installate nel XVII secolo. A fianco dei conquistadores, c’erano i religiosi – in particolare i Gesuiti – con l’intento di convertire alla fede gli indigeni pagani, migliorandone magari il livello di vita quotidiana. I Gesuiti si accorsero ben presto di non poter evangelizzare gli indios guarani fintanto che i bianchi li uccidevano, li facevano schiavi e sottraevano ogni risorsa, il tutto sotto lo stesso simbolo della croce.

Ottennero quindi dal re di Spagna di creare dei villaggi fortificati interdetti ai bianchi dove insegnare agli indigeni, che si sarebbero autogestiti sotto la guida dei frati, la fede, ma anche a produrre di che vivere con agricoltura, allevamento e artigianato, elevandone l’istruzione e il livello sociale.

A partire dal 1607 nel Paraguay, ma anche negli stati confinanti, sorsero una sessantina di missioni, tutte con identico schema urbanistico, dove trovavano posto chiesa, monastero, scuole, ospedali, ricoveri, magazzini e laboratori, oltre alle abitazioni, dove si parlava e si studiava in lingua guarani, arrivando a coinvolgere circa 100 mila indigeni. Non esisteva la proprietà privata, ognuno doveva dare e ricevere secondo le capacità ed esigenze e nessuno – povero, ammalato, orfano o vedova - veniva lasciato solo.

Un concetto utopistico, ma pragmatico di giustizia e di uguaglianza; un mondo di fede pulita e genuina in antitesi alla corrotta e simoniaca chiesa europea, un catto-comunismo ante litteram che influenzerà non poco i filosofi marxisti di tutto il mondo. Ma l’esperimento contrastava gli interessi dei latifondisti, i veri padroni del Nuovo Mondo.

Lo scioglimento della Compagnia di Gesù portò nel 1767 alla chiusura delle missioni sudamericane, con l’uccisione e la schiavitù per gli indios e la confisca dei loro possedimenti.

Clou del viaggio resta, comunque, la visita dei resti di parecchie missioni gesuitiche dove diverse chiese costituiscono dei veri capolavori d’arte indigena, non a caso protette dall’Unesco. Suggestiva la partecipazione alla solenne processione del Venerdì Santo a San Ignacio.

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