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“Giusto conoscere la nostra storia”

Sparapan, Segantin, Masiero: “E’ doveroso per rinsaldare i legami e le tradizioni della nostra terra”

“Giusto conoscere la nostra storia”

Una ventata di storia veneta sta per arrivare tra i banchi di tutte le scuole della nostra regione a partire dal prossimo anno scolastico. Abbiamo pertanto chiesto cosa ne pensano ad alcuni dei massimi sostenitori della cultura e delle tradizioni venete e polesane in particolare.

Lo scrittore Gianni Sparapan, che ha pubblicato diversi libri di storia polesana in italiano e dialetto veneto dice: “È doveroso che i veneti, e soprattutto i giovani, conoscano un capitolo lacerante della loro storia, di proporzioni ingenti, di cui i polesani furono i primi. Il salasso arrivò dopo l’unificazione italiana - ha poi spiegato - mai c’era stata immigrazione se non stagionale e continentale sotto Venezia e l’Austria. La congiuntura di una disgrazia naturale (l’alluvione dell’Adige, del 17 settembre 1882, che invase mille ettari della nostra campagna, impedendo il raccolto nei due anni successivi) e la pesante tassa statale sul macinato, causarono il primo sciopero de La Boje (1882-85) e la conseguente emigrazione in massa. In 15 anni (1885-1900) furono sessantaseimila gli emigrati e altri trentacinquemila nel primo quindicennio del ‘900. Un vero e proprio esodo, una diaspora. È giusto ricordare la nostra emigrazione anche per riallacciare i rapporti con i veneti nel mondo, molti dei quali non sono più tornati, ma hanno conservato la nostra cultura e lingua”.

Se tanti hanno fallito il loro sogno di migranti (da quelli morti nel lungo difficile viaggio per mare della durata media di 40 giorni o provati dalla dura quarantena successiva, alla vita di stenti e pregiudizi che li attendeva, nonostante fossero gran lavoratori), più di qualcuno ce l’ha fatta. È il caso dell’illustre conterraneo lendinarese Adolfo Rossi, il cui libro inchiesta “Un italiano in America” ne racconta le prime difficoltà di migrante ma poi anche i successi di giornalista e diplomatico. È il direttore di “Ventaglio novanta” Lino Segantin, che ne ha scritto la premessa, a raccontare la strabiliante ascesa di Rossi: “Sbarcò a New York, faro del Nuovo mondo, il 28 agosto 1879 e si improvvisò giornalista redattore della testata in lingua italiana ‘Il progresso italo americano”, dove cominciò a richiamare con i suoi articoli l’attenzione sui problemi degli emigrati. Rientrato in Italia, lavorò per il Corriere della Sera, interessandosi sempre di tematiche legate alla migrazione, tanto che grazie al suo impegno fu istituito il Commissariato per l’emigrazione; ma la sua fama era grande anche oltreoceano ed a Buenos Aires lo nominarono ministro plenipotenziario per l’Italia. Oggi è sepolto nel suo paese di origine a Lendinara”.

Non può quindi che essere favorevole a questa iniziativa anche il professor Segantin, che nella sua rivista ha spesso approfondito questa dolorosa pagina della nostra storia. E molti non sono più tornati, con qualcuno che per meriti personali e un po’ di fortuna ce l’ha fatta, qualche famiglia ha invece deciso di rientrare appena possibile nella sua terra. E qui la scrittrice polesana Angioletta Masiero, ha regalato un’anteprima, svelando che il suo prossimo romanzo, in uscita tra circa due mesi per la Mediagraf, dal titolo provvisorio ‘Tango del Bulligiù’, racconta proprio la storia di una famiglia bassopolesana migrata in Argentina e poi tornata nella sua terra. “Bulligiù erano appunto chiamati nel Delta i migranti che tornavano; ma il libro sarà un affresco corale della condizione dei polesani nel 1870-’80; un romanzo-spettacolo, che raccoglie anche le ballate della nostra tradizione popolare: i canti delle mondine, della canapa e, naturalmente, dei migranti”.

È quasi pleonastico, dunque, chiedere ad una scrittrice che usa e sostiene tanto, oltre all’italiano, la “lingua veneta”, come ama chiamarla, cosa pensa di questa iniziativa per le scuole. “Adoro la lingua veneta, che vorrei insegnare con un apposito corso: è giusto sia trasmessa, perché è importante mantenere la testimonianza delle radici della nostra cultura ed identità”.

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