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La storia

Fuga da se stesso e dagli altri tra soldi, bugie e un finto suicidio

L’ex bancario adriese simulò la sua morte dopo strane operazioni finanziarie

Fuga da se stesso e dagli altri tra soldi, bugie e un finto suicidio

Per mesi la sua storia ha tenuto con il fiato sospeso Adria e il Polesine. Si pensava ad un suicidio, un mistero partito dalla città etrusca lungo le sponde del Po. Che poi si è risolto con la spiegazione forse più banale: una fuga per un senso di colpa e per sottrarsi alle responsabilità di aver giocato con i soldi degli altri.

Gabriele Andriotto, bancario adriese, fu ritrovato a Lecce, nascosto in un trullo, a sette mesi dalla sua scomparsa (nel marzo del 2012), cosa che gli procurò anche una denuncia per procurato allarme. Ed ora la storia di Andriotto finisce in un libro, “La vita che mi aspetta” scritto dal giornalista del Corriere del Veneto Andrea Priante e in uscita nei prossimi giorni. Un libro che è anche una lunga confessione, una sorta di espiazione per quanto commesso anni fa, per il modo in cui Andriotto cercò di far sparire le proprie tracce, forza per non ammettere di aver giocato e perso i soldi degli altri.

Un libro anticipato in questi giorni sulle pagine del Corrierone. Pagine che raccolgono ii pensieri e, appunto, la confessione di Adriotto, 48enne adriese, che ora si è rifatto una vita ad Adria e che ci ha messo due anni per farsi convincere dall’autore del libro a raccontare la sua storia.

L’ex bancario dice che “ora ho trovato il mio equilibro”.

Tutto cominciò con la caduta delle Torri gemelle, che mandò in fumo investimenti finanziari di migliaia di persone. Fra questi anche gli investimenti di Andriotto. Un crollo finanziario che però spinse il bancario a ritoccare carte e rendiconti per provare a restituire ai suoi clienti i soldi investiti nei titoli coinvolti nel crack seguito all’attentato alle Torri di New York. “Avevo quasi messo tutto a posto”, racconta Andriotto, ma poi qualche collega notò i documenti ritoccati, portando a galla le irregolarità.

E’ a questo punto che mise in atto il suo piano, “cosa può far parlare più delle bugie? - si chiese - La morte”. E così inventò il suo finto suicidio sul Po. Per sparire di scena. Scappò in Puglia, nascosto in un trullo: “Ho vissuto per sette mesi - racconta nel libro - senza identità, senza sapere cosa avrei mangiato, dove avrei dormito”. E ancora: “Ho ferito le persone che mi amavano e solo quando sono tornato a casa ho scoperto che erano di più di quanto credessi”. E poi gli errori commessi, la voglia di rifarsi una vita. Dice di non aver tenuto per sé un centesimo dei soldi dei suoi clienti.

Ora Gabriele lavora come impiegato con i medici di base. Il suo rifugio in Salento, forse è ancora là, come il corso del Po che non ha mai accolto il suo corpo in un suicidio mai avvenuto. I pensieri di Gabriele invece sono nel libro in uscita per Fernandel. I misteri, le bugie e le spiegazioni “Mentivo per risarcire i clienti” ha detto. Una storia polesana, da Adria alla Puglia e ritorno.

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