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LA POLEMICA

“Gli sciacalli dell’emergenza”

Il presidente di Acquevenete spiega le cause della crisi idrica e risponde alle critiche di alcuni politici. “La centrale di Boara Polesine è nuovissima e va potenziata. Sarà fatto già nel 2019”

“Gli sciacalli dell’emergenza”

Alle 15.15 dell'1 novembre entrano al Thun e ordinano un caffé. “Mi dispiace, non abbiamo acqua potabile”. E così, forti di un’ordinanza fresca di stampa in mano, il presidente di Acquevenete Piergiorgio Cortelazzo, il direttore generale Monica Manto e il vicesindaco Andrea Bimbatti, sorridono: tra poco potrete.

Cortelazzo ringrazia a più riprese il direttore generale, i dipendenti di Acquevenete, i tecnici e gli operai della centrale “che per oltre 48 ore sono rimasti svegli e vigili per riportare con la massima celerità la centrale nelle condizioni di erogare acqua potabile”. Raccontano i protagonisti che praticamente a Boara Polesine la centrale è diventata un accampamento. “Visto che il mio cellulare non funzionava - racconta il direttore Manto - ho risposto al fisso di Acquevenete. E devo dire che i cittadini polesani, per quanto giustamente insistenti, sono stati molto pazienti”. Anche Andrea Bimbatti si accoda ai ringraziamenti “a tutti quei cittadini che hanno atteso pazientemente il loro turno alle autobotti”.

Ora che l’emergenza pare terminata, la domanda “perché proprio la centrale di Boara?” torna prepotente. Cortelazzo non si sottrae: “Innanzitutto una portata così alta di metalli pesanti era imprevedibile e inaspettata. Si parla di 27mila microgrammi di alluminio e di 25mila microgrammi di ferro. Eravamo già in allerta. Un impianto come Vescovana, è più adeguato a quel quantitativo di acqua e usa un reagente che abbatte i metalli pesanti. Boara Polesine è nuovissimo, ma va potenziato. In realtà l’investimento di 3,5 milioni di euro è già previsto e sarà attivato nel 2019. Ci siamo”.

L’ipotesi che qualche furbo a monte abbia sversato inquinanti fuori legge, è balzato alla mente di tutti, anche tra i tecnici di Acquevenete. Non è la prima volta che succede, d’altra parte. “Questo - fa notare il vicesindaco Andrea Bimbatti, che ha partecipato in qualità di assessore all’ambiente all’unità di crisi - ci fa riflettere sulla necessità di fare controlli costanti sugli sversamenti su tutta l’asta dell’Adige anche perché noi siamo gli ultimi a farcene carico”.

L’altra ipotesi è che la corrente della piena abbia smosso dal letto del fiume i componenti sedimentati. “Anche perché - spiega il direttore generale di Acquevenete - il periodo di rilevamento degli inquinanti è stato molto lungo nel tempo”.

“Saranno altri enti a stabilire le cause di questa portata imprevedibile di metalli - sostiene Cortelazzo - quello che tuttavia mi preme sottolineare è che in questo momento di emergenza, quando tutti dovevano remare dalla stessa parte, sono venuti fuori anche gli sciacalli. Io sono pronto a intervenire in consiglio comunale, per spiegare cosa stia facendo Acquevenete per questo territorio”.

Sulla stessa lunghezza d’onda il sindaco e vicepresidente di Acquevenete Massimo Bergamin che ha sottolineato alla minoranza che ha autoconvocato un consiglio monotematico: “L'impianto di Boara Polesine è gestito da Acquevenete da meno di un anno. Inviterò quindi al consiglio comunale monotematico autoconvocato oggi 1 novembre dalla minoranza, tutti gli amministratori di Polesine Acque che hanno gestito l'azienda prima del sottoscritto in qualità di vicepresidente di Acquevenete spa”.

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