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L'anniversario

“Io, in bicicletta nella grande alluvione”

14 novembre: 67 anni fa la grande alluvione. Un testimone: “Ho visto la gente in trappola. Molti da giorni si erano trasferita in cima all’argine. E intanto a Stellata cantavano di felicità...”

“Io, in bicicletta nella grande alluvione”

13/11/2018 - 20:40

Il 14 novembre del 1951 è una data indelebile nella storia del Polesine e dei polesani. Quella sera, una serie di rotte degli argini, nei pressi di Paviole, Bosco e Malcantone, fecero fuoriuscire milioni di metri cubi d’acqua, che si riversarono senza pietà nelle campagne del Polesine, costringendo alla fuga migliaia di famiglie. Furono 84 le vittime. 

A ricordare distintamente cosa successe quel giorno è Franco Forti, un fornaio di Ficarolo in pensione che ha sempre vissuto lungo il grande fiume. Franco, che oggi ha 85 anni, nel ’51 ne aveva appena compiuti 18 e lavorava nel forno di famiglia.

“Avevamo messo i sacchi davanti al panificio, perché avevamo paura che potesse entrare acqua in caso di esondazione - racconta Franco - già da diversi giorni, dalla località Tontola fino a Gaiba, molti compaesani si erano trasferiti sull’argine del Po con tutti gli animali. Era impressionante vedere chilometri di persone, mucche, maiali e galline. La paura che tracimasse era tanta e sull’argine, che era 3 metri più basso di quello di oggi, erano stati messi sacchi di sabbia e con l’aratro era stato fatto un solco per alzarne ancora un po’ l’altezza”.

Poi di colpo il livello dell'acqua si abbassò: a Occhiobello l’argine aveva ceduto in due punti. “Sono partito in bicicletta per andare a vedere - racconta Franco, ricordando quella tragica notte - facendo l’argine si vedeva solo nebbia e acqua che iniziava a tornare indietro nelle campagne. Arrivato ad Occhiobello, ho visto la gente che era rimasta intrappolata sull’argine, nel tratto tra le due rotte”.

"Nei giorni successivi - racconta ancora l'uomo - mio zio e tutti quelli che possedevano un battello erano stati obbligati a partire, vogando a remi per le campagne per andare a portare soccorso a tutte le persone rimaste isolate o ferme sui tetti in attesa che qualcuno andasse in loro aiuto. Sono stati via quasi un mese. Dopo quattro giorni dalla rotta, ho attraversato con il battello il fiume e sono andato a Stellata, dove ancora cantavano per la felicità dello scampato pericolo”.

Il racconto completo sulla Voce in edicola martedì 14 novembre.

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