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La storia

Un ferroviere eroe dell’alluvione

Francesco Mauri, capostazione di Occhiobello, fermò i treni evitando che finissero nel Po. Il figlio ricorda: “Restò al suo posto fino all’ultimo. Ci salvò, rischiando, un collega ferrarese”.

14/11/2018 - 19:38

Una tragedia che, per fortuna, ha avuto tanti eroi. L’alluvione del 14 novembre 1951 ha sferzato il Polesine, ma non ha annientato i polesani. Anzi, ha messo in risalto la loro tempra e spinto molti a veri e propri atti di eroismo.

E’ il caso di Francesco Mauri, professione capostazione. Che nella stazione, quella di Occhiobello, ai piedi del ponte sul Po, ci abitava: al piano di sopra, con la famiglia, come era normale in quegli anni. Ma Francesco viveva, di fatto, nel suo ufficio, dove passava anche 20 ore al giorno. Era lì anche quella notte, quando il Po ruppe gli argini in due punti, a poche centinaia di metri dalla ferrovia.

“Papà diceva sempre: ‘Il Po non romperà mai gli argini’. Per questo non eravamo scappati, come molti altri, ma avevamo continuato a vivere lì - ricorda Egidio Mauri, oggi 81 anni ma all’epoca 14enne - mamma, però, che era più previdente aveva portato al piano di sopra tutto quanto, compresi conigli e galline a cui era stata dedicata la sala da pranzo”.

Francesco, invece, era rimasto al suo posto, a controllare il traffico ferroviario. “Per lui, le Ferrovie non erano dello Stato. Erano sue, e così si comportava”, sorride ancor’oggi il figlio Egidio. “Verso le 22, 22.30, uscii di casa. Ricordo che dissi a papà: che nebbia c’è, questa sera. Non era nebbia: era l’acqua del Po. Non la vedevamo, perché si era fermata contro il terrapieno della ferrovia. Per questo, non ci travolse di colpo ma salì pian piano, fu una fortuna”.

Intanto, però, mentre i binari si allagavano, da Rovigo stava arrivando il Rapido 495 diretto a Ferrara, e subito dietro un Accelerato proveniente da Venezia. Si sarebbero infilati dritti nel Po, centinaia di persone sarebbero morte. Se Francesco Mauri, quella notte, non fosse rimasto al suo posto.

Solo una volta messi in salvo i passeggeri dei treni in arrivo, Francesco pensò a se stesso, e alla sua famiglia. “Era ormai mezzanotte - ricorda il figlio Egidio - quando papà chiamò la stazione di Pontelagoscuro. Un suo amico, un certo Piacentini, guidava la macchinetta di spinta che aiutava i treni a scavallare la rampa del ponte. Quel ‘matto’ di Piacentini non ci pensò un attimo: mise in moto la sua macchina a vapore e attraversò il Po, con l’acqua che ormai aveva ricoperto il ponte. Quando imboccò la discesa, dalla parte polesana del fiume, l’acqua arrivava fino alla caldaia. Ancora un po’ e avrebbe rischiato di restare intrappolato nella motrice. Non poteva avanzare: suonò, noi capimmo e lo raggiungemmo. Salimmo sulla macchina, e ci portò a Pontelagoscuro, in salvo, ospitandoci qualche giorno a casa sua. Per me fu un eroe”.

Il servizio completo sulla Voce in edicola giovedì 15 novembre.

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