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Idrocarburi

Lega e 5 Stelle con le trivelle in mano

Niente abrogazione in Finanziaria per ricerche ed estrazioni, la “Teodorico” a largo del Delta aspetta il responso della Via

Lega e 5 Stelle con le trivelle in mano

Mentre sull’ultimo bollettino ufficiale degli idrocarburi e delle georisorse dell’anno, pubblicato il 31 dicembre scorso, è arrivata l’autorizzazione a tre nuovi permessi di ricerche petrolifere nel Mar Ionio, di fronte alle coste di Puglia e Basilicata, firmata dal ministro per lo Sviluppo economico Luigi Di Maio, in provincia di Rovigo si attende l’esito della Valutazione di impatto ambientale del progetto per la messa in produzione del giacimento convenzionalmente chiamato “Teodorico” a largo del mar Adriatico, da parte della Po Valley operations pty ltd.

Il 23 dicembre scorso, infatti, sono scaduti i termini per la presentazione delle osservazioni e, ora, da Roma si attendono le risposte a questo progetto di “prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi in mare” relativo alla concessione di coltivazione d40 Ac Py, ovvero, come si diceva, “Teodorico”, richiamandosi a Teodorico il Grande, re degli Ostrogoti germanici e governatore d’Italia tra il 493 e il 526. La costruzione della piattaforma offshore dovrebbe essere realizzata nelle acque a largo del Mare Adriatico proprio a cavallo tra Veneto ed Emilia Romagna, ed è relativa a due giacimenti di gas connessi, Carola e Irma, entrambi perforati e testati tempo fa dall’Eni.

Mentre con la recente Finanziaria il ministro Di Maio avrebbe potuto abrogare l’articolo 38 della legge Sblocca Italia, voluta dal Governo Renzi, che consente di unificare l’autorizzazione di ricerca con la concessione ad estrarre idrocarburi (come nel caso della “Teodorico”) ha confermato per intero l’operato dei suoi predecessori. Così, se la valutazione di impatto ambientale consentirà la ricerca, torneranno le trivelle nel Mare Adriatico, ammesso che se ne fossero mai andate. Dall’ultima volta in cui si era discusso del progetto “Teodorico” è passato più di un anno e mezzo. Era il 27 marzo del 2017 e i rappresentanti della Po Valley vennero a presentarlo a Palazzo Celio, davanti a tutti i sindaci e le istituzioni.

All’epoca spiegarono che il progetto prevedeva la realizzazione di due pozzi di 1500 metri di profondità per l’estrazione di metano, una piattaforma telecontrollata (e quindi priva di personale al suo interno) e una condotta di 12 chilometri che colleghi la struttura alla piattaforma Eni Naomi Pandora, sottolineando che “in totale l’impianto consentirebbe di creare 300 posti di lavoro”. Da contro, secondo i modelli presentati all’epoca dalla Po Valley, in “dopo 20 anni di sfruttamento, ci sarebbe un abbassamento di 10 centimetri in prossimità della struttura e di due centimetri in un’area di 35 chilometri quadrati, che comunque si ferma a venti chilometri dalla costa”. Su questi dati sindaci e amministratori locali avevano espresso la loro contrarietà. Ma se il ministero dell’Ambiente darà l’ok, si comincerà a trivellare. Con buona pace di chi credeva che questo governo targato Movimento 5 Stelle e Lega Nord potesse mettere un freno alla ricerca di idrocarburi. Lega Nord che in Veneto, peraltro, a ottobre scorso approvò una deliberazione di parere non favorevole a questo specifico progetto. Evidentemente non è bastato.

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