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Il personaggio

Nel nome dei martiri di Pippo

Tito Rovatti racconta: “Così l’ultimo bombardamento si portò via la famiglia di mia madre. Io e mio fratello chiamati come gli zii perduti”.

Nel nome dei martiri di Pippo

Non esistono polesani che non abbiano sentito raccontare da genitori o nonni le storie di Pippo il bombardiere, che seminava il terrore nelle ultime notti di guerra in tutta la Pianura Padana. Pippo era il nome con cui venivano popolarmente chiamati, nelle fasi finali della seconda guerra mondiale, gli aerei da caccia notturna che compivano solitarie incursioni nel nord Italia. 

Quella che racconta Tito Rovatti, polesano residente nel ferrarese, è la storia della sua famiglia, che allora risiedeva ad Ariano Polesine, segnata indelebilmente dal passaggio di Pippo. Suo zio morì durante uno dei numerosi bombardamenti.

“All’epoca la famiglia di mia mamma viveva ad Ariano Polesine - ricorda ancora Tito - era la notte del 21 aprile. La casa dei miei nonni materni era fuori paese, in aperta campagna. Le camere da letto si trovavano al piano superiore. Erano appena andati a dormire. Nella prima camera c’erano i miei nonni materni, nella seconda mia madre, ancora signorina, nella terza i tre fratelli maschi: Tito di 14 anni, Aleardo di 16 e Gaetano di 17. Nella quarta camera c’erano lo zio Adriano e la moglie Amalia, incinta di cinque mesi. Erano appena passate le 23 ed ecco un sinistro ronzio, che man mano che s'avvicinava diventava rombo terrificante e poi un sibilo che ghiacciava la schiena. Adriano coprì la moglie col suo corpo. Lo spezzone sigillante centrò la camera dei ragazzi e dello zio e fu il macello”.

“Mia madre - continua - venne estratta dalle macerie, ammaccata ma viva, ma da quel momento era figlia unica. Lo zio Adriano, che aveva fatto scudo alla moglie, non ha potuto mai vedere sua figlia Adriana". Poi gli anni passarono. “Mio padre, tornato dalla prigionia in India, sposò mia mamma Elvira. Dal loro matrimonio siamo nati io e mio fratello Adriano. Portiamo i nomi dei nostri zii, di quelli che la tragedia si è portati via”, testimonia.

Il servizio completo sulla Voce in edicola domenica 24 febbraio.

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