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ACCOGLIENZA

Un altro richiedente asilo viene salvato dal giudice

Non gli può essere revocata l’accoglienza, nonostante gli fosse stato contestato di avere “violato le regole di buona convivenza all’interno della struttura di accoglienza”.

Un altro richiedente asilo viene salvato dal giudice

Non gli può essere revocata l’accoglienza, nonostante gli fosse stato contestato di avere “violato le regole di buona convivenza all’interno della struttura di accoglienza”. Lo ha deciso il Tar, tribunale amministrativo, regionale, di Venezia, disponendo anche che l’onorario dell’avvocato del richiedente asilo, computato in mille euro, sia posto a carico dello Stato. E’ il secondo provvedimento di questo tipo in pochi giorni, con i giudici amministrativi che annullano i provvedimenti con i quali la Prefettura aveva deciso di revocare le misure di accoglienza che erano state disposte a carico di un richiedente asilo. In questa occasione, in particolare, il giudice amministrativo ha ritenuto che il rilievo mosso per porre in atto al revoca fosse troppo generico, non spiegando, cioè, cosa avrebbe fatto il giovane richiedente asilo. In questo modo, prosegue il ragionamento del giudice amministrativo, appare impossibile andare a verificare se sia stato fatto salvo il principio di proporzionalità tra violazione commessa e sanzione adottata, che dovrebbe regolare questi procedimenti. Da qui la decisione di annullare la comunicazione di revoca, notificata alla fine del 2018.

Nei giorni scorsi, come detto, una vicenda simile, con un profugo di Cavanella Po che, posto al di fuori dell’accoglienza dalla Prefettura, pure era stato “salvato” dal giudice amministrativo, che aveva annullato il provvedimento dell’Ufficio territoriale del Governo. In quell’occasione, al richiedente asilo era stato contestato il fatto di essersi rivolto in maniera aggressiva nei confronti di una operatrice della struttura che gestiva l’accoglienza e di essere stato sorpreso a domandare l’elemosina all’esterno di un supermercato. Una condotta che è espressamente vietata ai richiedenti asilo. I giudici hanno però ritenuto che non fosse stato tenuto nel dovuto conto il fatto che il richiedente asilo soffrisse di problemi di salute che avrebbero potuto influire sulla sua condotta.

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