VOCE
ANNIVERSARIO
21.09.2019 - 20:55
Una nube tossica fece morire Giuseppe Baldan, Marco Berti, Paolo Valesella e Nicolò Bellato
Mancano pochi minuti alle 9. E’ il 22 settembre 2014, un lunedì e nel sito produttivo della Coimpo, in via America a Ca’ Emo, nel cuore della campagna polesana: arriva un tir con alla guida Giuseppe Baldan 47enne di Campolongo Maggiore in provincia di Padova. Con il grande automezzo si avvicina alla vasca D per lo sversamento, poco più in là Marco Berti 47 anni di Mardimago frazione di Rovigo, assiste alle operazioni.
Sembra una giornata come tante altre, sembra un’operazione come tante altre, sembra un carico come tanti altri. Ma appena il contenuto dell’autobotte si scarica nella vasca e arriva a contatto con i materiali contenuti nella vasca si innesca una potentissima reazione chimica: scoppia l’inferno. Marco e Giuseppe sono le prime vittime, non riescono a respirare, perdono subito i sensi. molto probabilmente non fanno in tempo a rendersi conto di quel che succede. Dall’altra parte della vasca si trova Paolo Valesella 53enne di Adria che probabilmente si rende conto dell’ineluttabilità del disastro e cerca di mettersi in salvo: scappa all’esterno ma appena fuori dal grande capannone perde anche lui i sensi. Verrà trovato a terra senza vita. Nella sala comandi Nicolò Bellato 28 anni di Adria, impiegato in ufficio come amministrativo, si accorge dai monitor che qualcosa non va per il verso giusto, non esita un attimo e accorre a portare soccorso ai colleghi. Un coraggio unico, da eroi. Purtroppo anche lui va incontro alla morte. Tutto succede nel giro di pochi minuti. Il disastro è immane. Un altro dipendente addetto al servizio di sorveglianza dell’impianto Massimo Grotto viene ricoverato in ospedale per intossicazione da anidride solforosa: in un primo momento le sue condizioni appaiono gravi, fortunatamente non è così e nel giro di qualche giorno viene dimesso. Nell’ora successiva alla tragedia, nell’ospedale di Rovigo alcuni residenti nel territorio a ovest dell’impianto, verso Villadose, ricorrono al pronto soccorso per infiammazione alla gola, ma nessun caso desta particolare preoccupazione: tutti vengono dimessi nell’arco della giornata.
L’Arpav esegue nel giro di poche ore un monitoraggio della situazione dell’aria e dell’acqua, ma tutto viene segnalato come sotto controllo. La paura di disastro ambientale è scongiurata.
La piccola frazione è sotto assedio per una giornata: stuoli di forze dell’ordine, le massime autorità istituzionali, politiche e sindacali, i corpi dello stato, giornalisti, fotoreporter e cameramen portano la comunità a un’esposizione mediatica mai vista prima ma di cui avrebbe ben volentieri fatto a meno. Il paese di Ca’ Emo, la città di Adria, il Polesine, la Regione e l’Italia intera sono sotto choc. Il dramma di Ca’ Emo apre una settimana nera per l’Italia con ben 8 vittime sul lavoro: ai quattro della frazione adriese, sia aggiungono due a Ravenna e altrettanti a Cremona.
La sera prima del funerale una grande fiaccolata si svolge ad Adria da piazza Grotto alla Cattedrale.
Arriva il sabato, il giorno dell’addio straziante, il giorno della rabbia e della rassegnazione: le quattro salme arrivano insieme e sostano per qualche minuto sul sagrato della chiesa il tempo per la benedizione da parte del vescovo Soravito. Poi quelle di Nicolò, Marco e Paolo vengono portate in Cattedrale, quella di Giuseppe prosegue per il proprio paese. L’immagine è terrificante: sembra il saluto tra colleghi di lavoro che vorrebbero dirsi “arrivederci a domani”. Ma per loro il domani non ci sarà più. La piazza è attonita, i familiari sono stravolti. E c’è quel ragazzo di cinque anni, Luca, figlio di Marco, disperatamente aggrappato alla madre Katia, ancora alla ricerca di un perché da lunedì il papà non torna a casa.
Tra tanti fiori, c’è il mazzo inviato dal presidente del consiglio dei ministri, a quel tempo Matteo Renzi.
Qualche giorno dopo, il 30 settembre, arriva a Ca’ Emo la Commissione bicamerale di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati con il presidente Alessandro Bratti: la relazione finale che arriverà l’anno dopo è a dir poco impietosa, ma l’aspetto più inquietante è che quei lavoratori non sarebbero stati a conoscenza dei materiali che stavano manovrando.
Sulla vicenda sono in corso diversi processi che seguono diversi filoni di ipotesi di reato: dalla carenza dei sistemi di sicurezza al traffico illecito di rifiuti, dal trattamento non regolare dei materiali allo sversamento nei terreni non conforme alla normativa con rischio di inquinamento come rilevato da una successiva indagine della Guardia di finanza.
Sull’onda emotiva della tragedia, nel giro di qualche settimana nella frazione si costituisce un comitato civico Ca’ Emo nostra per essere vigili sull’impianto, per spronare le istituzioni a far luce e per chiedere garanzie sulle condizioni dell’ambiente. Un gruppo di amici di Nicolò danno vita a un’associazione SoNico per promuove iniziative per richiamare l’attenzione sulla sicurezza sul lavoro, così pure organizzare momenti di aggregazione con la musica per far sentire viva la presenza dell’amico scomparso.
Nel primo anniversario della tragedia piazza Matteotti a Ca’ Emo prende il nome di Piazzale delle vittime del lavoro e una targa ricorda i nomi di Nicolò, Marco, Giuseppe e Paolo.
“A noi sembra ieri”, ha dichiarato qualche giorno fa il papà di Nicolò. Sopravvvere a un figlio, un dolore che non passa mai.
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