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PORTO VIRO

L’ultimo degli zuccherifici

Ora regna soltanto l’abbandono. “Ma un tempo ci lavoravamo in 500”

L’ultimo degli zuccherifici

Centotrenta dipendenti fissi, trecentocinquanta stagionali. Un esercito di 480 persone. Ma ora, di tutto questo, non resta più niente, se non un’enorme struttura abbandonata che si erge vicino al Po e che si scorge bene dalla Romea. E’ lo storico zuccherificio di Porto Viro.

Sergio Pregnolato, oggi 69 anni, e Gino Tumiati, 73, lì dentro ci hanno lavorato una vita. Sergio ci è entrato la prima volta subito dopo aver fatto il servizio militare, nel 1972. “Nel 1973 ho fatto la mia prima campagna saccarifera, e nel ’74 mi hanno assunto a tempo indeterminato: lavoravo come operaio, alla manutenzione dei motori”, racconta. Lì dentro ci ha lavorato fino al 2005, quando lo stabilimento ha chiuso: l’ultimo ad arrendersi, di quella che era la “flotta” degli zuccherifici polesani. “Ci hanno mandati tutti a casa. Ho fatto due anni di mobilità, poi per fortuna è arrivata la pensione”, dice.

Quindi, ripercorre quello che era il ciclo produttivo. “La campagna saccarifera iniziava a fine luglio. Nei primi anni andavamo avanti anche fino a gennaio, con la lavorazione del prodotto grezzo. C’era tanto lavoro, ma nell’impianto serviva anche tanta manutenzione: per questo lavoravamo tutto l’anno”, dice.

Dal 1985 tutto è cambiato, con l’eliminazione della lavorazione del prodotto grezzo. “La campagna ha iniziato a durare soltanto tre mesi”. Fino alla fine, nel 2005. “Hanno chiuso anche lo zuccherificio di Porto Viro, ed è stato un vero peccato perché, tra tutti, era l’ultimo ad essere stato costruito, e perciò era il più innovativo e il più moderno”, ricorda l’ex operaio.

Il suo collega, Gino Tumiati, ha lavorato allo zuccherificio dal 1974, come conduttore del forno. Nel 2005 ha raggiunto la pensione. “Oltre ai lavoratori dell’impianto - ricorda - c’era anche un grande indotto. Basti pensare che soltanto i facchini erano 15, per poi aggiungere chi confezionava lo zucchero, chi faceva le pulizie, e molte altre figure”.

Ora, quel mondo è finito. La struttura è chiusa da quasi 15 anni e il piazzale, che si vede dalla strada che porta a Ca’ Cappellino e Villaregia, è abbandonato, e l’erba  cresce incolta e rigogliosa. Là dove madri e padri di famiglia lavoravano, creando ricchezza, oggi resta soltanto abbandono.

Sulla "Voce" di venerdì 11 ottobre una pagina intera con tutte le foto.

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