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TRIBUNALE

“Ha ucciso il suo bimbo di 9 mesi”

Parte il processo alla mamma di 30 anni. Accusata di maltrattamenti aggravati dalla morte

“Ha ucciso il suo bimbo di 9 mesi”

I soccorsi scattarono nella serata del 23 gennaio del 2016, per un bimbo di nove mesi che, secondo le prime segnalazioni, sarebbe caduto mentre si stava arrampicando su una sedia, poiché questa si era rovesciata. Le condizioni erano subito apparse molto, molto gravi. Portato all’ospedale di Padova, qui si era spento, nonostante il prodigarsi dei medici, il 5 febbraio successivo. Si chiamava Daniel.

Le indagini non furono semplici. Gradualmente portarono la Procura, partendo da uno scenario che parlava di un incidente domestico, a uno che ipotizzava una morte provocata da maltrattamenti. Originariamente erano indagati sia il padre, di professione cuoco, che la madre; in seguito, solo la posizione di questa è rimasta.

Oggi, di fronte alla Corte di Assise di Rovigo, si è aperto il processo a suo carico. La difende l’avvocato Marco Petternella. L’ipotesi di reato è, per l’appunto, quella di maltrattamenti aggravati dalla morte del piccolo.

Una ipotesi che il padre, sedutosi ieri come testimone di fronte alla Corte, ha rigettato con decisione. “Un bimbo così piccolo è come un uovo in camicia - ha detto con una associazione frutto della sua professione di chef - solo a toccarlo rischi di fare danni. Non lo abbiamo mai scosso. Come si fa a fare male a una creatura che col suo semplice guardo ti illumina la giornata? Noi eravamo felici, molto, quel figlio lo avevamo voluto davvero molto”.

Poi, il giovane padre ha raccontato quanto accadde in quella giornata, il 23 gennaio del 2016, quando si verificò l’incidente. “Ero appena uscito per andare al lavorare, verso le 18.50 – ha detto – Ero all’altezza del tabaccaio di via Miani quando mia moglie ha chiamato dicendo che Daniel non respirava più. Sono corso a casa subito, per capire cosa fosse successo, mia moglie mi ha spiegato che mentre stava passando l’aspirapolvere il bimbo si era arrampicato su una sedia, che si era poi rovesciata”.

E’ esattamente questa la spiegazione che sarebbe stata data, infatti, al personale del Suem, al momento dell’intervento.

“Mi ha spiegato che il piccolo aveva cominciato a respirare in maniera strana, poi aveva smesso - è proseguito il racconto del padre - Ho provato a sentire se il cuore battesse, ma non sono riuscito a capirlo. Abbiamo chiamato il 118. I soccorritori sono arrivati, lo hanno rianimato e sono partiti verso l’ospedale”.

Dopo l’arrivo in ospedale a Rovigo verso le 20, era stato ben presto deciso il trasferimento, in elisoccorso, all’ospedale di Padova, specializzato in casi di questo tipo. Il bimbo venne anche sottoposto a un delicato intervento alla testa, tecnicamente riuscito, ma che non consentì, purtroppo, di salvargli la vita.

L’ipotesi della Procura, anche alla luce della consulenza svolta in fase di indagini, è che il piccolo sia stato fatto oggetto di ripetuti scuotimenti, violenti, che avrebbero provocato devastanti danni cerebrali. Quella che, in gergo tecnico, viene definita “shaken baby syndrome”, ossia sindrome del bambino scosso. Da qui la contestazione di maltrattamenti - i presunti ripetuti scuotimenti, appunto - aggravati dal tragico esito finale della vicenda.

Il padre e la madre del piccolo Daniel sono ancora assieme e, due anni fa, hanno avuto una bimba. Il padre ha spiegato che, in quel periodo, il piccolo stava imparando a camminare e spesso cadeva, escludendo, però, come detto, gli scuotimenti ipotizzati dall’accusa. Ora, si tornerà in aula il prossimo 24 gennaio, per l’audizione dei consulenti medici. Un aspetto, quello delle consulenze, che potrebbe essere molto importante, come spesso avviene in processi di questo tipo. Una vicenda che, all’epoca dei fatti, scosse profondamente tutta la città e tutto il Polesine.

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