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La rotta del Po

“Gente e animali sull’argine”

Umberto: “Sentivo gli alberi gridare”. Giancarlo: “Recuperavo persone”

“Gente e animali sull’argine”

Era il 14 novembre del 1951 quando, alle 19, un forte boato si avvertì ad Occhiobello: il fiume aveva rotto.

Ma anche dove non si sentì nessun rumore in tutto l’alto Polesine molti si accorsero che il Po aveva rotto perché il livello dell’acqua, che fino a pochi secondi prima lambiva la sommità arginale, protetta da file di sacchi di sabbia messi per contenere la piena, iniziò a scendere di colpo.

Il 1951 fu un anno di pioggia record, caduta su tutto il territorio nazionale e dai primi giorni di novembre anche il Polesine venne letteralmente investito da piogge intense e persistenti, che dati ufficiali dell’epoca indicano in circa 30 millimetri al giorno dal 6 al 12 novembre, con picchi che superavano anche di quattordici volte la media mensile dei cinque anni precedenti.

Il Po ruppe a Canaro e nel tratto fra Santa Maria Maddalena e Occhiobello e in poche ore le acque dilagarono e raggiunsero diversi Comuni provocando un vero e proprio disastro che segnò in maniera indelebile l’intero territorio.

Umberto Bassi ricorda benissimo quei momenti. E’ un ficarolese di 92 anni, conosciutissimo in paese per aver gestito per diversi anni assieme alla figlia Daniela, un un’officina con rivendita di biciclette e motorini e un distributore di carburante fino ad un paio di anni fa.

A Ficarolo l’acqua è arrivata da dietro, cioè di ritorno dalle campagne, dai fossi e dalle fognature che continuavano a buttare acqua per giorni - racconta ‘Berto’ - in cortile avevamo fatto una buca da dove abbiamo preso la terra e la sabbia per riempire i sacchi che abbiamo messo davanti alle porte per evitare che l’acqua entrasse. Il pomeriggio del giorno dopo la rotta, siamo usciti per vedere l’acqua che stava riempiendo la nostra proprietà e ci siamo caduti dentro. La notte del 14, un finanziere che abitava poco distante da casa mia, voleva requisirmi la vespa per andare ad Occhiobello a vedere la rotta - continua - Gli ho risposto che se voleva lo portavo io altrimenti non se ne parlava nemmeno. Così è stato. Siamo partiti e percorrendo l’argine siamo arrivati sul posto. La gente era tutta sull’argine con gli animali e qualche mobile, ma la cosa che più mi ha impressionato e che ricordo ancora perfettamente, è il rumore che gli alberi facevano strisciando con i rami sul pezzo di argine da dove usciva l’acqua. Sembrava gridassero”.

Il Po aveva rotto in due punti “e nel tratto di argine compreso tra le due rotte, erano rimaste delle bestie (mucche n.d.r.) per recuperarle, il parroco del paese, un certo don Aldo, è andato a prendere la barca che usavano dei commercianti del posto per trasportare la sabbia e, uscendo per la rotta, le ha recuperate sulla riva navigando praticamente in paese. L’acqua poi è rimasta in paese per diverso tempo ma in Alto Polesine non ha fatto moltissimi danni, anche perché - conclude Berto - molti miei compaesani erano ‘sfollati’ da parenti e amici a Milano e a Torino e per molti di questi è stata poi una fortuna perché là hanno trovato lavoro e ci sono rimasti”.

Ma a raccontare un altro aneddoto sui giorni del dopo alluvione è Giancarlo, che all’epoca abitava in golena tra Gaiba e Stienta e aveva 11 anni. “Io ero il più piccolo di 5 fratelli pescatori - racconta - ma ricordo molto bene che in casa avevamo il piano terra completamente sott’acqua, ci vivevamo in 7, compresi mamma e papà, in una stanza del primo piano e ci spostavamo con il battello in legno che era attraccato alla finestra. Un giorno sono venuti dei militari - continua Giancarlo - non ricordo di che corpo fossero, ma mi pare Pontieri che venivano dal veronese, hanno chiesto ai miei fratelli di andare prendere i due battelli che avevamo e tutti i badili, per andare ad aiutare i soccorsi nel ‘veneziano’ (probabilmente nel Medio Polesine dove il dialetto è diverso da quello del luogo). Loro ovviamente sono partiti e sono tornati a casa dopo 6 mesi, raccontando che nei primi giorni andavano a recuperare persone rimaste intrappolate in casa per l’acqua. Poi hanno aiutato i militari a costruire dei ponti provvisori e a liberare dal fango alcune abitazioni e per questo mi ricordo che venivano anche pagati”.

Difficile quantificare il volume delle acque che per undici giorni sommersero almeno 1.170 chilometri quadrati di terreno, raggiungendo in alcuni punti la profondità di sei metri, ma le stime di alcuni studiosi i materia oscillano fra i tre e gli otto miliardi di metri cubi. Una tragedia che il Polesine non ha forse mai superato.

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