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Polesani all'estero

“Abbiamo paura, ma resto a Londra”

“Con le restrizioni la gente si sente meno esposta a rischio, ma qua i dati non sono reali”

“Abbiamo paura, ma resto a Londra”

“A Londra c’è ansia e preoccupazione. Finalmente è stato ordinato il lockdown”. Lo dice Silvia Tinti, una giovane polesana, che da due anni abita nella città di Hemel Hempstead, a nord di Londra, dove lavora come executive manager. Silvia è una dei tanti “expat”, che sta affrontando l’epidemia Covid-19 dal Regno Unito, lontano dalla propria famiglia.

Silvia, come state affrontando la lotta al coronavirus in Inghilterra?

“Direi step by step. Prima del 20 marzo, a eccezione della chiusura delle scuole, non era stata presa nessuna misura contro il coronavirus. Poi il governo ha disposto la chiusura dei pub, ristoranti, bar, cinema, discoteche, palestre e altri luoghi di intrattenimento sociale. Il 23 marzo, infine è stato ordinato il lockdown, valido per tutto il Regno Unito”.

Inizialmente Boris Johnson puntava sullo sviluppo dell’immunità di gregge, giusto?

“Una strategia, che ha lasciato perplessi e sgomenti molti cittadini. Per fortuna c’è stato il cambio di rotta”.

Ora, con il lockdown, cosa è cambiato?

“Gli esercizi commerciali non essenziali sono chiusi e sono vietate aggregazioni e riunioni in pubblico. Ci si può spostare solo se necessario, dunque per lavoro, per fare la spesa o se si assiste qualcuno. Però, a differenza dell’Italia, l’attività all’aperto non è proibita”.

Ti auguravi questo provvedimento all’italiana?

“Certo. E non solo io. La gente ha paura. Nel Regno Unito abbiamo superato la soglia dei 6.000 contagi. Questa ordinanza ci fa sentire meno esposti al rischio contagio”.

Com’è percepita la situazione italiana a Londra?

“La si vive con ansia, apprensione e tristezza. Poi immagino che la paura di molti sia quella che possa accadere a noi ciò che sta succedendo a voi”.

Come è cambiata la tua vita quotidiana?

“Sono più attenta all’igiene personale, come tutti immagino. Per precauzione ho smesso di prendere i mezzi pubblici. Ed esco solo se strettamente necessario. Questo ancor prima delle restrizioni adottate dal governo. Si può dire che ho seguito il modello Italia a distanza fin dall’esordio del virus in Inghilterra”.

La tua azienda ha attivato la modalità di lavoro a distanza?

“Prima del lockdown avevo fatto richiesta per lavorare da remoto, ma senza successo. Ora, invece le cose sono cambiate. Per il momento sono a casa ad aspettare nuove direttive, continuo a sperare di fare smartworking”.

Segui il bollettino del contagio britannico?

“Qui i tamponi vengono eseguiti solo se sei ricoverato, ovvero se rischi la terapia intensiva. Ne deduco che i dati riportati non siano del tutto reali”.

Anche da voi ci sono episodi di assalto ai supermercati?

“Sì. Mancano molti prodotti-chiave. I supermercati come soluzione allo svuotamento degli scaffali hanno imposto un limite di acquisto sulla quantità di molti articoli essenziali. In più, per tutelare i soggetti a rischio, alla mattina presto l’ingresso è riservato prima ad anziani e disabili”.

Hai pensato di far ritorno in Italia?

“No, la mia vita ormai è qui”.

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