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BAMBINI

Anche le terapie "speciali" vanno in onda su Skype

Valentina Borella, pedagogista clinica spiega come è cambiato completamente il suo lavoro quotidiano

Terapie per disabili su Skype

Valentina Borella, pedagogista clinica

E’ già difficile per un bambino accettare la vita all’interno delle quattro mura di casa, la mancanza della relazione con gli altri coetanei, la vita a scuola e in squadra. Ma la chiusura delle scuole, per ragazzi con bisogni specifici è stata la rivoluzione. Con tante paure e ostacoli nuovi da superare, ma anche con qualche successo o riscoperta. Ieri era la giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo e nel silenzio si è celebrata anche a Rovigo.

Magari davanti a un pc a fare terapia, come ha fatto Valentina Borella, rodigina psicopedagogista clinica ed educatrice professionale e psicomotricista funzionale, autrice del libro “Avrei voluto lo zucchero filato”.

Dalla fine di febbraio, con la chiusura delle scuole, ha dovuto rivedere il suo metodo di lavoro e ha trovato anche stimoli nuovi, come la pubblicazione sul suo profilo Facebook di storie, le storie di “Orso miele”, per intrattenere i suoi allievi (e non solo) un personaggio che ha superato i confini del Veneto. E poi è arrivato Bombo, un altro personaggio che invece si occupa di mangiare “i pensieri tristi”.

Com’è cambiata la mia professione con il Covid19? - riflette Borella - Completamente direi. Lavoro da molti anni nell’ambito del neurosviluppo e della disabilità sensoriale. Dal primo giorno di chiusura dello studio, si aperto il computer e oramai si chiude solo per poche ore al giorno. E’ stato necessario riorganizzare tutto per riuscire a trovare idee e strategie per stare vicino alle persone, per non abbandonare. E’ stato fondamentale confrontarsi tra colleghi, condividere, molto, anche le frustrazioni e le difficoltà, le prese di coscienza di fronte a qualcosa di assolutamente sconosciuto per ognuno di noi”.

L’esercito di maestre, di docenti e di dirigenti nelle scuole, si è mosso in molti casi tempestività. Ma i ritmi scanditi dalle terapie sono stati stravolti all’improvviso.

“Per una professione che vive e si nutre di relazione, è stata una fragilità nella fragilità”, spiega la terapeuta. Un esempio concreto?: “Vado ‘in onda’ in nero perché per parlare in Lis (Lingua dei segni italiana) con alcuni bambini che utilizzano questo canale ho bisogno che le mani si vedano bene, e allo stesso tempo, rimarrò uno sfondo efficace anche per i simboli in Caa (Comunicazione aumentativa alternativa) e i gesti delle canzoncine di premio. Dietro un’ora via skype ci sono ore e ore di lavoro per preparare i materiali, di fronte al rapporto individuale di vicinanza e di concretezza venuto a mancare in questa emergenza, per ogni supporto a distanza non è sufficiente collegarsi, è necessario accogliere, riconoscere, supportare e se necessario ricostruire architetture intere”.

In questo grande lavoro di ricostruzione, c’è anche un lato positivo, è il rapporto della terapista con le famiglie: “Prima ci si vedeva per mezz’ora, ora i genitori sono parte attiva della terapia e questo ha un suo lato positivo” . Ma durante questo periodo di emergenza ci sono stati momenti molto difficili: “Quello che mi sento di dire è che in questo momento la parola d’ordine è proteggere, un verbo che appartiene all’avere cura della persona. Quello che abbiamo imparato è che il legame che ci unisce passa oltre lo schermo, le facce delle persone quando ci si collega, l’espressione di chi si prepara per la videoconnessione parla chiaro, senza dire una parola. Di tutto ciò di cui siamo stati privati, ne abbiamo riconosciuto il valore”.

Valentina ci lascia ha delle chiamate via Skype in coda. Dalla mattina fino alle 20. Per un lavoro che inevitabilmente aspetta di tornare all’abbraccio, alla relazione umana, fondamentale per tutti e in una maniera speciale per chi comunica con tutti i mezzi a disposizione.

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