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LA STORIA

"Ho visto la morte in faccia", il racconto da brividi del macellaio del Piazza Annonaria

43 giorni in ospedale, 21 giorni in terapia intensiva, due rianimazioni, un arresto cardiaco e 16 chili in meno, Nicola Bertazzo, 53enne di Rovigo racconta la sua battaglia vinta contro il virus

"Ho visto la morte in faccia", il racconto da brividi del macellaio dei Piazza Annonaria

Dopo 43 giorni di sfiancante battaglia contro il Coronavirus, 21 giorni in terapia intensiva, due rianimazioni, un arresto cardiaco e 16 chili in meno, Nicola Bertazzo, il noto macellaio 53enne di Rovigo tornerà lunedì 8 giugno in piazzetta Annonaria al lavoro, che non sarà più, mai più il lavoro di sempre perché “aver visto la morte in faccia ti cambia la vita”.

Nicola è un fiume in piena e racconta con naturalezza e una dose di ottimismo che probabilmente lo ha salvato la sua guerra contro il Covid-19. “Avevo una febbre leggera, a metà marzo, mal di gola e una strana dissenteria. Inizialmente sono stato preso in cura dal mio medico curante, che fortunatamente è mio zio. Ma il 16 marzo ho fatto il tampone, perché un mio amico mi ha detto che aveva gli stessi sintomi ed era risultato positivo. Lo avevo incontrato 10 giorni prima. Dopo il tampone sono tornato a casa, ma a distanza di poche ore non riuscivo già a respirare. Il 17 marzo sono stato ricoverato in Malattie Infettive a Rovigo e avevo una saturazione pari a 84, mi hanno detto che un anziano sarebbe già stato intubato con quel livello di ossigeno nel sangue”.

Nicola, nonostante le attente indagini dell’Ulss 5 non è riuscito a ricostruire l’origine del suo contagio: “Io per il mio lavoro e la mia attività agonistica, facevo ballo con gare e allenamenti costanti - spiega - vedo 400 persone a settimana. Ma era il momento di massima virulenza del Covid-19, un virus che spiazza a detta di tutti i medici. La mia ragazza, che vive con me, balla con me e lavora con me ha fatto due quarantene ma è risultata sempre negativa, così come i miei genitori e la mia dipendente”.

Per lui è stata una lotta tra la vita e la morte, mentre Rovigo e tutta Italia si chiudevano in casa, un momento molto intenso per ognuno di noi, Nicola era tra i colpiti dal virus che ha stravolto il mondo. “Sono rimasto 21 giorni intubato a Trecenta, mi hanno tolto tutto l’antivigilia di Pasqua, ma per 4 giorni ho tenuto i tubi del respiratore come un pennarello grosso in gola. E’ stata una tortura. Ma chiamatelo miracolo, fortuna, preghiere, sono uscito nel momento in cui tutti morivano di Coronavirus. Forse mi ha salvato l’attività sportiva, il fatto che non bevo e non fumo, ma ho visto la morte in faccia e non mi vergogno a dirlo, queste cose ti cambiano la vita come la cambiano a me. Ora vedo tutto in maniera diversa, per il ballo ho trascurato famiglia, mio fratello, mio figlio che ha 20 anni e lavora a Cesenatico, i miei nipoti. Da quando ho aperto gli occhi ho pensato che volevo vivere e non perdermeli più. Proprio a marzo ero parecchio stressato dal lavoro”.

Ora Nicola è impegnato ogni giorno con la fisioterapia, perché le “ferite” riportate da questa dura battaglia contro il virus se le porta ancora dietro e forse non lo lasceranno mai: un’embolia al polmone sinistro, una tromboflebite alla gamba sinistra e anche i problemi cardiaci. “Faccio un’ora di esercizi tutti i giorni, ho perso 10 chili solo di massa muscolare, ma devo imparare nuovamente a respirare, sembra banale ma è così. Questo virus ti toglie il fiato”.

Il momento più emozionante? “Ce ne sono stati tanti, quando mi hanno tolto dalla rianimazione forzata e ho festeggiato con tutti i medici e i sanitari, quando ho fatto la prima videochiamata con Inna, la mia compagna. Quando sono tornato in negozio, qualche giorno fa. La gente mi ferma per strada, hanno fatto il tifo per me, sono circondato di affetto”.

Ma è quando parla del reparto di Trecenta che a Nicola trema la voce, si ferma, prende fiato. Vengono i brividi dall’altro capo del telefono. “Mi sono sentito a dir poco amato, nel vero senso della parola. Perché quando ti trovi in questi momenti lo sconforto è grande. Ma ho avuto sempre al mio fianco medici e infermieri che hanno messo tutta la passione nel loro lavoro. E’ stata una lotta anche per loro. Ho un grembiule con tutte le firme dei medici e degli infermieri mi hanno ridato la vita con la loro dedizione, sono stati eccezionali. Chi parla male di queste persone dovrebbe prendersela con i burocrati”.

In piazzetta c’è attesa per il ritorno di Nicola. “Mi stanno aspettando, sì, il primo giorno a casa avevo il telefono che bruciava, tra whatsapp, telefonate e facebook”. Il lockdown di tre mesi per Nicola è stato il male minore: “Fortunatamente il mio commercialista Beccati e il mio consulente Milan, compagni di classe, sapevano come agire e mi hanno aiutato dal punto di vista economico. Io avevo previsto anche queste evenienza, era programmato da anni. Abbiamo fatto cassa integrazione, ma fortunatamente non ho bisogno di chiedere aiuti economici, non ancora per lo meno”.

E’ ovvio che a chi crede che dietro il lockdown ci sia chissà quale strategia dei “poteri forti”, il macellario rodigino risponde: “Chi sottovaluta questo virus non ha provato quello che ho provato io o non ha avuto familiari in terapia. Ora sto bene ma mi ritrovo a dover continuare con cure farmacologiche per gli effetti collaterali, mi dovrò sottoporre a controlli e tac per i prossimi 5 o sei mesi. Finché non avrò sistemato cuore e polmoni, non c’è da scherzare”. Messaggio chiaro.

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