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L’INTERVISTA

Sport in veneto, come si riparte? “Il futuro è fare squadra”

Bardelle: “Servono risorse dallo Stato per le società sportive e una mano sugli impianti”

Sport in veneto, come si riparte? “Il futuro è fare squadra”

Caduta ogni barriera sulla pratica dello sport, almeno in Veneto, non resta altro che cercare di capire come tutto il movimento si organizzerà per il dopo Covid. Non tanto, e non solo, per quanto riguarda le normative sanitarie del Comitato tecnico e scientifico da rispettare, ma soprattutto per come effettivamente le tante società e associazioni sportive potranno riprendere.

Abbiamo chiesto a Gianfranco Bardelle, presidente del Coni Veneto, di tracciare un quadro della situazione attuale e a immaginare lo sport del dopo Covid-19.

Presidente, da dove si parte per... ripartire?

“Certamente lo sport in Italia si fonda e si basa su migliaia di società sportive che lavorano sul territorio portando lo sport nelle famiglie. Ma dall’altra parte, purtroppo, c’è carenza dello sport nella scuola, se pensiamo che siamo l’unica nazione al mondo che non ha praticamente attività motoria a livello scolastico. E questa carenza è sempre stata superata dal volontariato, delle piccole società che negli anni hanno riempito tutti gli spazi lasciati scoperti dalla scuola, proponendo attività motoria legata a tutti gli sport. Cosa che non è assolutamente tenuta in considerazione a livello nazionale, anche se è proprio per il lavoro di questi volontari che l’Italia, nel ranking internazionale, da oltre settant’anni è nelle prime dieci nazioni al mondo. Ma i volontari hanno bisogno di essere sostenuti”.

Secondo lei queste società sportive corrono il rischio di non riuscire a continuare nella loro attività?

“Mentre nel dopo Covid l’attività professionistica sicuramente troverà sponsor e attenzione da parte delle tv, quella che non ha un peso importante dal punto di vista mediatico, ma come detto è essenziale per la promozione dell’attività motoria in tutta Italia, sarà in difficoltà. Per una questione di sponsorizzazioni e per gli impianti sportivi, sono i due cardini sulle quali poggiano”.

Soldi e strutture quindi: qual è la sua paura presidente?

“Visto che le società dilettantistiche si sostengono con le sponsorizzazioni dei privati, e che gli impianti sportivi non sono di loro proprietà, ma in concessione dagli enti pubblici o dalla scuola, si acuiscono due ordini di problemi. La prima preoccupazione è che a settembre non ci siano sponsor sufficiente, visto che queste società si appoggiano ai tanti contributi delle piccole attività commerciali, dal ristorante alla piccola azienda. E con le difficoltà economiche che l’emergenza sanitaria ha causato, vedo dei pericoli. In questo senso dovrebbe intervenire direttamente lo Stato, col miliardo di euro che ha promesso da distribuire tutto a queste piccole società, mille o duemila euro ciascuna, per aiutarle nella ripresa”.

E la questione impianti sportivi?

“Circa il 50% delle palestre in Italia è di proprietà dei vari istituti scolastici. E di conseguenza sono edifici la cui responsabilità è in capo ai dirigenti scolastici. Quando una società o un’associazione sportiva chiede gli spazi ai presidi, spesso si sente dire ‘no’. Per questo lo Stato dovrebbe intervenire garantendo la possibilità a tutte queste piccole realtà di portare avanti la loro attività sportiva. Specie in questo momento dove i costi, anche solo per la sanificazione dei locali, saranno maggiori. E questo vale anche per gli impianti di proprietà dei Comuni, anche se con loro il dialogo è meno complicato”.

Ma il rischio concreto quale potrebbe essere?

“Se non ci sarà attenzione rispetto a fondi per i volontari e impianti sportivi, il 50% delle associazioni o società sportive morirà. Un piccolo segnale come Coni lo stiamo dando, abbiamo messo a disposizione la metà del nostro patrimonio, che in Veneto corrisponde a circa 200mila euro, alle società sportive. Ma l’auspicio è che si aggiungano anche le risorse degli enti locali, a partire dallo Stato. Attendiamo fiduciosi i decreti legge attuativi”.

C’è una situazione piuttosto complicata nel mondo dello sport, a livello di amministrazione centrale.

“Secondo il mio parere al Coni non deve essere tolta la gestione dello sport nel territorio per darla a Sport e salute, la società di proprietà del ministero. Ci dovrà essere una divisione dei compiti: noi del Coni deputati a seguire quella agonistica e dilettantistica, Sport e salute responsabili di quella scolastica. Ma se il governo pensa che statalizzando lo sport si risolva il problema, per me sarà proprio la rovina di tutto il movimento. Sarebbe una pazzia iniziare tutto da zero”.

Con compiti diversi, secondo lei, aumenterebbe l’opportunità di fare sport?

“Dividere le strade è la soluzione migliore. Dobbiamo ricordarci come le Olimpiadi nascano dal territorio, o per meglio dire siano le piccole società che scoprono e fanno crescere quei talenti che poi danno lustro alla nostra Nazione. Per questo il compito territoriale deve rimanere ai Coni regionali e provinciali, con incarichi precisi. Pensiamo agli Educamp, centri estivi dedicati ai bambini dai 6 ai 14 anni per far loro scoprire le molteplici attività sportive. O il Trofeo Coni che fa emergere e trova i migliori talenti del territorio”.

Sport e salute, invece, di cosa si occuperebbe quindi?

“Partiamo da un dato: il 50% dei bambini abbandona lo sport a 14 anni, quando accede alle scuole superiori. Se questa percentuale di giovani che lasciano lo sport per mille diversi motivi non li recupera la scuola, saranno perduti per sempre. Ecco perché vedo come complementare al lavoro del Coni quello di Sport e salute”.

Concludendo, che mondo dello sport ci troveremo ad abitare dopo questa pandemia?

“Dobbiamo uscire da una fase che non ci aspettavamo potesse arrivare, ma siccome abbiamo sempre dimostrato di essere all’altezza e uscire vincenti dai periodi più critici, l’imperativo, da sportivo, è di non mollare. E ritornare a chiedere, con forza, lo sport, che ci ha dato tutti i grandi risultati agonistici, insieme. Le società sportive facciano squadra, si mettano insieme per dividere le spese, anche se di ambiti diversi. Condividano l’attività motoria di base per poi perfezionare a seconda delle discipline. Solamente unendo le forze si potrà ripartire”.

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