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Da noi più pensionati che occupati

Rovigo in controtendenza rispetto al resto del Veneto. Età media di 47,6 anni, 13esimo posto in Italia

Da noi più pensionati che occupati

Più pensionati che lavoratori. Più risorse impiegate per assicurare le indennità di chi non lavora più, che per gli stipendi di chi lavora. E’ la condizione del Polesine unica provincia del Veneto in linea con il dato nazionale. Nel resto della regione, invece, il numero dei lavoratori supera quello dei pensionati, ennesima dimostrazione di un Polesine meno dinamico, dal punto di vista economico, rispetto al resto del Veneto.

In provincia di Rovigo il numero dei pensionati è di 103mila, mentre quello degli occupati di 98mila (dati relativi al 2019, quindi non ancora soggetti alle difficoltà legate alla pandemia). Un saldo, quindi, di meno 5mila occupati. Nel resto del Veneto il saldo a favore degli occupati è di più 367mila. L’età media dei polesani, inoltre, è la più alta della regione. Il Polesine con 47,69 anni è addirittura la 13esima provincia italiana per anzianità media. In Veneto solo Belluno, 32esimo posto e 47,26 è nella top venti dell’età media (19esimo posto).

Si tratta di dati elaborati dalla Cgia di Mestre che a livello nazionale afferma che il numero delle pensioni erogate in Italia ha superato quello degli occupati. “Al primo gennaio 2019 - spiega una nota della Cgia - la totalità delle pensioni erogate in Italia ammontava a 22,78 milioni. Se teniamo conto del normale flusso in uscita dal mercato del lavoro per raggiunti limiti di età e dell’impulso dato dall’introduzione di quota 100, successivamente all’1 gennaio dell’anno scorso il numero complessivo delle pensioni è aumentato almeno di 220mila unità. Pertanto, possiamo affermare con una elevata dose di sicurezza che gli assegni stanziati alle persone in quiescenza, sono attualmente superiori al numero di occupati presenti nel Paese”, sottolinea il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo.

E ancora: “Il sorpasso è avvenuto in questi ultimi mesi. Dopo l’esplosione del Covid, infatti, nel Paese c’è stata una forte diminuzione dei lavoratori attivi. Ancorchè le statistiche a livello territoriale siano datate, il Veneto, comunque, è in controtendenza rispetto al dato medio nazionale. Solo la provincia di Rovigo registra più pensioni che occupati. Tuttavia, il trend appare segnato. Nei prossimi anni avremo culle sempre più vuote e un’età media della popolazione in costante aumento anche nelle nostre realtà. Ciò comporterà una società meno innovativa, meno dinamica e con un livello e una qualità dei consumi interni in costante diminuzione”.

Sebbene gli effetti della crisi dovuta al Covid avranno un impatto molto negativo dal punto di vista occupazionale, è evidente che il progressivo invecchiamento della popolazione sarà un altro grosso problema con il quale fare i conti.

Tra le 7 province venete solo Rovigo presenta, dunque, un numero di pensioni superiore a quello degli occupati (saldo -5 mila). Tutte le altre, invece, mantengono il numero degli occupati su una soglia maggiore al numero delle pensioni, in particolar modo a Padova (saldo +90 mila), a Verona (+80 mila), a Treviso (+78 mila) e a Vicenza (+69 mila). Ovviamente, le situazioni più critiche si registrano nelle realtà dove l’età media della popolazione è più avanzata. In Veneto, infatti, quella più elevata si registra a Rovigo (47,69 anni medi), subito dopo scorgiamo Belluno (47,26) e Venezia (46,30). Le province più “giovani”, invece, sono Verona (44,34) e Vicenza (44,32). L’età media regionale è di 45,10 anni, contro una media nazionale di 44,91.

La questione dell’invecchiamento della popolazione non è un problema solo italiano. Riguarda, purtroppo, la stragrande maggioranza dei paesi più avanzati economicamente. Giappone e Germania, ad esempio.

Il fenomeno dell’invecchiamento è rilevante non solo per le conseguenze sociali, ma anche per quelle economiche in termini di spesa pensionistica e sanitaria e di sostenibilità del sistema pensionistico. In particolare, i consumi degli over 60 sono mediamente più alti rispetto a quelli sostenuti dagli under 30 nel comparto dell’alimentazione, della casa e della salute. Ma in tutti gli altri settori il divario è ad appannaggio delle classi demografiche più giovani che, però, anche in Italia stanno diminuendo paurosamente. Con culle vuote e l’assenza di politiche migratorie serie stiamo assistendo ad un preoccupante innesco di una bomba a orologeria che, esplodendo, rischia di travolgere anche il Vecchio continente. L’Europa ha bisogno disperatamente di più bambini e di più persone al lavoro che possano sostenere gli anziani a riposo o bisognosi di cure.

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