Cerca

Bologna 1980

Rovigo, crocevia della strage

Un labirinto di misteri e retroscena, Melioli, Tramonte, Bisaglia e i Servizi segreti. E l’eccidio di 85 persone

Rovigo, crocevia della strage

 “A fine luglio non passate per Bologna perché ci sarà un gran botto”. Parole inquietanti, pronunciate a Rovigo e fatte arrivare alle orecchie della famiglia Bisaglia pochi mesi prima della strage alla stazione di Bologna, di cui il 2 agosto ricorre il 40esimo anniversario. Parole che secondo una ricostruzione potrebbero avvalorare la pista libica che vede il regime di Gheddafi coinvolto, assieme alla galassia dell’eversione di destra, nella realizzazione del più grave attentato terroristico d’Italia, costato la vita a 85 persone, tra cui la 22enne di Rosolina Mariangela Marangon.

Quell’avvertimento sarebbe stato rivelato da Giovanni Melioli, leader di Ordine Nuovo a Rovigo, a Maurizio Tramonte, enigmatico personaggio padovano, informatore dei Servizi, ma condannato per la strage di Brescia assieme a Carlo Maria Maggi. Cose che lo stesso Tramonte aveva riferito, durante l’inchiesta per la strage di Brescia diversi anni fa. Ora fanno parte del recente libro di Paolo Cucchiarelli “Ustica e Bologna, attacco all’Italia” ed oggetto di un lungo servizio sull’Espresso di questa settimana. Quelle dichiarazioni Tramonte le ritrattò, come molte altre del resto (comprese le accuse a Melioli di aver piazzato la bomba della strage di Brescia), rendendo difficile riuscire a distinguere fra verità e fantasia.

Ma il libro di Cucchiarelli va molto più in profondità, avendo avuto accesso agli atti dell’inchiesta su Piazza della Loggia e sulla strage di Bologna. Un monte di carte, interrogatori, (anche a esponenti della destra reazionaria polesana degli anni ‘70-‘80) verbali delle forze dell’ordine, tra queste anche molte veline dello stesso Tramonte, girate alla questura di Rovigo dell’epoca.

Ne esce fuori un quadro inquietante, dove Rovigo emerge come un crocevia della strage alla stazione di Bologna. Anche perché nella ricostruzione di Cucchiarelli ci sono passaggi che si riferiscono alla famiglia Bisaglia. Tramonte, nome in codice ‘fonte Tritone’ infatti avrebbe riferito a don Mario, fratello del ministro Dc Toni Bisaglia, le rivelazioni ricevute da Melioli, senza però specificare chi avrebbe dovuto compiere l’attentato, ma c’erano riferimenti sia alla destra eversiva, sia ad un gruppo di fuoco legato al regime libico. Forse un modo per far arrivare a Roma l’avvertimento per quel che sarebbe successo tra la fine di luglio e l’inizio di agosto del 1980. Non è chiaro, poi se don Mario avesse riferito la cosa al fratello. Secondo una ricostruzione il sacerdote rodigino disse tutto al fratello Toni, il quale ne parlò col generale Santovito dei Servizi segreti (poi condannato per depistaggio in merito all’inchiesta sulla strage del capoluogo emiliano). Ecco che però risulta incomprensibile, a meno di non immaginare scenari foschi e al limite della fantapolitica, spiegare il perché una simile rivelazione non abbia poi portato ad evitare l’eccidio.

Tramonte aveva parlato con don Bisaglia nel segreto del confessionale. E secondo questa ricostruzione è proprio per questo motivo che don Mario, nel 1992 stava cercando di ottenere dal Papa la dispensa dal segreto perché avrebbe dovuto svelare verità occulte legate alla morte del fratello (avvenuta nel 1984) e forse a incofessabili segreti di cui erano a conoscenza. Don Mario poi fu ucciso nel Cadore e si sospetta proprio per chiudergli definitivamente la bocca. Certo si tratta di dietrologie, speculazioni con pochi riscontri. Ma resta un fatto che della pista libica si parla da anni, e che inchieste e accertamenti sono ancora in corso. Tra le altre cose fu lo stesso Toni Bisaglia, il 5 agosto del 1980 a ventilare un collegamento, il relativo verbale è rimasto secretato per anni, tra l’aereo abbattuto a Ustica e la strage neofascista di Bologna, la cui vicenda giudiziaria (già condannati in via definitiva Fioravanti, Mambro e Ciavardini) non è ancora terminata.

Insomma un labirinto che si ingarbuglia anno dopo anno tra Servizi segreti, geopolitica, trame occulte, terrorismo neofascista ed internazionale.

E il Polesine crocevia di quella strage, da dove potrebbe essere partita la soffiata per sventarla. La destra reazionaria di Rovigo in altre occasioni è finita nei gironi dell’inchiesta. Melioli fu tra gli ordinovisti arrestati per banda armata nei giorni seguenti l’attentato, poi assolto. Lo stesso Melioli (morto nel 1991) era amico e promotore della scarcerazione di Franco Freda (assolto dalla strage di piazza Fontana, ma definito responsabile), sostenitore di una destra filoaraba, protagonista di scontri con “i rossi” e con i carabinieri, come avvenne in una circostanza, riferita dal solito Tramonte, a Fiesso Umbertiano, e tacciato di essere stato in contatto con la follia assassina dei Nar e di aver maneggiato esplosivi. Erano gli anni della destra estrema, delle bombe sui treni e nelle piazze, gli anni di piombo nella loro massima tragicità. Al processo di Brescia, i cui faldoni contengono centinaia di migliaia di carte su questi fatti, furono anche ricordati alcuni attentati, senza feriti, messi a segno a Rovigo a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80. Bombe esplose, davanti alla questura, alla sede della Cgil, alla sede della Dc, con il timbro di Ordine nuovo di Rovigo.

E fra pochi giorni, il 2 agosto, i familiari delle vittime della strage di Bologna, torneranno a chiedere giustizia completa e verità. Un grido che risuonerà nelle viscere di uno Stato che non ha ancora completato la sua maturazione.

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

Impostazioni privacy