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Frontiere chiuse, raccolti a rischio

Un frutticoltore altopolesano: “Aspettavo operai dalla Romania, hanno rinunciato al viaggio”

Frontiere chiuse, raccolti a rischio

Il blocco imposto per chi arriva dall’Est, a causa dell’aumento dei casi di coronavirus “di importazione”, crea disagi e difficoltà all’agricoltura polesana, che sempre più spesso ricorre a manodopera proveniente dai Balcani. Il frutticoltore altopolesano Vinicio Panziera proprio in questi giorni stava attendendo l’arrivo di diversi operai direttamente dalla Romania. Ma, una volta qui, avrebbero dovuto passare 14 giorni in isolamento, prima di poter lavorare. Per questo, hanno deciso di rinunciare al viaggio. “Per quello che siamo riusciti a capire- spiega Panziera - le frontiere non sono chiuse, ma i lavoratori che hanno un regolare contratto di lavoro possono venire in Italia. Una volta qui però, devono rimanere per 14 giorni in quarantena. Quando li ho avvisati di questa novità, hanno deciso di rinunciare e di rimanere a casa. D’altronde vengono qui per guadagnare qualcosa, e il fatto di rimanere fermi e in casa per due settimane non è sicuramente conveniente”.

Giusto l’altro giorno i governatori del Veneto e del Friuli Venezia-Giulia, rispettivamente Luca Zaia e Massimiliano Fedriga, si sono allineati chiedendo l’istituzione di uno “Schengen sanitario, con libero transito delle merci ma controlli rigorosi sulle persone”. Dando un’occhiata ai numeri dei nuovi contagi dall’inizio dell’estate, sul totale dei casi la quota importata è di circa il 55% in Veneto e addirittura dell’80% in Friuli. “Sempre da quello che sono riuscito a capire - prosegue l’imprenditore agricolo polesano - visto che la cosa non è molto chiara e ognuno ne dà una versione diversa, mentre per gli stranieri provenienti ad esempio dal Pakistan è possibile fare il tampone prima di partire, per la Romania questo pare non sia contemplato. Per una mia operaia rumena che vive qui in Polesine, e che è tornata da poco da un viaggio a casa sua, è stato sufficiente il tampone: una volta risultato negativo ha potuto iniziare a lavorare. Avrebbero potuto fare la stessa cosa nei Paesi d’origine: si fa il tampone prima di partire e se negativi si può proseguire verso l’Italia”.

Il problema del blocco d’afflusso dei lavoratori dall’Est Europa preoccupa molto il frutticoltore altopolesano. “E dire - spiega - che avevo fatto investimenti importanti per poter lavorare in tutta tranquillità, rispettando le disposizioni. Avevo persino acquistato un termoscanner per misurare la temperatura prima di ogni turno di lavoro ed ero certo di riuscire a garantire, nonostante si tratti di un lavoro all’aria aperta, anche il distanziamento e l’utilizzo delle mascherine”. Ora però il lavoro rischia di bloccarsi per mancanza di manodopera: bisognerà trovare dei sostituti degli operai rumeni che hanno rumeni che hanno rinunciato al viaggio. Ma il tempo ormai stringe, e il rischio è che un intero settore sicuramente, trainante e stagionale come l’agricoltura e in particolare la raccolta della frutta, possa entrare in crisi.

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