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CORONAVIRUS IN POLESINE

La storia di Giulia, infermiera polesana in prima linea contro il Covid

Lavora in terapia intensiva. Il racconto di quello che succede in quei reparti, emozioni e commozione nelle sue parole

La storia di Giulia, infermiera polesana in prima linea contro il Covid

In prima linea nell’inferno del Covid 19. E’ la storia di Giulia Rigolin, ragazza di Lendinara, che lavora come infermiera all’ospedale Borgo Trento di Verona e ha vissuto (e vive ancora) al fronte la battaglia contro un nemico invisibile, che sta tornando a fare paura. Giulia ha da poco compiuto i 26 anni e ha studiato infermieristica nel Padovano. La prima esperienza lavorativa è stata in una casa di cura sempre in provincia di Padova (quasi due anni); poi ha avuto due brevi esperienze nel Bellunese e nel Vicentino, fino ad arrivare in azienda ospedaliera a Verona, nella quale presta servizio in terapia intensiva polivalente.

Ha lavorato a contatto con i contagiati da Coronavirus immediatamente, con l’inizio dell’emergenza: era ed è uno dei giovani soldati in campo, soprattutto nel momento più difficile per il nostro Paese. Da marzo a maggio il picco maggiore con circa una trentina di persone ricoverate, mentre poi la situazione di emergenza è stata superata (in queste ultime settimane uno o due persone ricoverate, ma l’allerta resta alta). “Ho iniziato a lavorare nell’azienda ospedaliera di Verona il 19 marzo scorso, a diretto contatto con i pazienti Covid positivi da subito - spiega Giulia - Essendo in una terapia intensiva, i pazienti erano intubati, quindi la possibilità e la paura di infettarsi erano alte. In precedenza avevo lavorato in sala operatoria in un altro ospedale, molto probabilmente anche lì ero stata a contatto diretto con pazienti positivi, a mia insaputa, perché il livello di allarme era ancora basso e l’epidemia sottovalutata”.

Un’esperienza importante e indelebile per lei. “Ho provato e provo tuttora un turbinio di emozioni contrastanti. All’inizio un po’ di paura c’era, ma prevaleva la voglia di buttarmi in prima linea in una realtà nuova e fortemente stimolante, come è lavorare in un’azienda ospedaliera tra le più forti nella nostra regione. Ero entusiasta della chiamata, piena di adrenalina. Mi sono sentita anche fortunata e onorata di essere stata chiamata a prestare servizio proprio durante la pandemia. Il primo giorno in area intensiva Covid è stato diverso da come me lo ero immaginato. Sinceramente stavo sottovalutando il problema di questo virus, ma quando me lo sono ritrovata davanti è stato spiazzante. Ero in una rianimazione enorme, con oltre 30 persone intubate e infette, in un luogo in cui si sentivano esclusivamente il rumore dei ventilatori e i passi dei colleghi. Spiazzante e allarmante. Lì ho iniziato a capire la gravità della situazione, nonchè a sentirmi sciocca per aver preso sotto gamba il problema. La maggior parte delle persone ricoverate aveva un'età media bassa, tra i 30 e i 60 anni, quindi la paura di potermi infettare era alta. Poi, con il tempo, ho capito invece di essere nel posto più sicuro, all’interno del mio reparto, bardata da capo a piedi, senza nemmeno un briciolo di pelle scoperto, ‘scafandrata’, come si suol dire”.

Operare in terapia intensiva con pazienti Covid, in quei momenti, è stato ed è impegnativo sotto diversi aspetti. “Il trauma maggiore sono le vestizioni-svestizioni: è necessario arrivare un’ora prima al lavoro per vestirsi, indossare la tuta, coprirsi bene il collo, mettersi la doppia maschera filtrante, stare bene attenta che aderisca alla cute, anche se fa male ed è scomoda. Quindi, indossare doppi guanti, stando attenta che non mi facciano allergia perché devo tenerli addosso molte ore, legandoli ai polsi con il cerotto. Tute fantastiche, che però sono impermeabili, quindi non traspiranti: si suda tantissimo e manca il fiato. Indosso occhiali protettivi e visiera facciale, per evitare il contatto diretto al viso con le goccioline che si producono durante le manovre invasive a contatto con le vie aeree del paziente. Un respiro profondo e via, si entra in reparto. Un silenzio assordante. Si sentono solo i ventilatori. Si tenta di parlare con i colleghi, fantastici, riconoscendoli solo dagli occhi. E nemmeno sempre. Ci si scrive il nome sulla tuta con un pennarello. E poi si va dai pazienti, faticando a camminare per la pesantezza emotiva e fisica di tutto ciò che si sta indossando. È molto dura non potersi mai toccare per tutte quelle ore il viso, bere o andare al bagno, stando vestiti in quella maniera”.

“Emotivamente è stato molto stressante - aggiunge la giovane infermiera - E fa male sentire gente per strada o sui social lamentarsi della quarantena, o dire che forse è stata tutta un’invenzione, quando l’hai vissuta sulla pelle, anche ora, purtroppo. Ho visto i pazienti aggravarsi in maniera veloce, tanti ce l’hanno fatta, tanti altri no. Si vive il dolore provato dai pazienti, dai loro corpi, e soprattutto dai loro parenti, che hanno potuto sentire soltanto attraverso il telefono, unico modo per avere informazioni da parte dei medici, con il pianto e la sofferenza per non poter vedere i propri cari. Durante il turno avevamo la possibilità di fare una pausa, ma era difficile decidere se uscire o meno, soprattutto quando i pazienti da seguire erano in una situazione complicata, perchè le condizioni cliniche potevano peggiorare in qualsiasi momento. A fine turno, si esce, ci si toglie la tuta secondo un preciso protocollo, per non rischiare di infettarsi. E’ necessario mettere a lavare le divise per poi mettersene subito una pulita; quindi, occorre lavarsi molto bene mani, collo, braccia e viso perché ci si sente sporchissimi. Infine, andare in spogliatoio e farsi una lunga doccia calda, anche per lavare via il pensiero di essere potenzialmente infetta, con addosso paura e stanchezza”. Un’esperienza intensa anche per il rapporto instaurato con le persone ammalate e l’aiuto dato a loro. “Devo dire che ho anche provato sentimenti molto belli. Durante un turno in terapia semi intensiva, dove si trovano le persone infette ma stabili, non più intubate, che riescono a respirare autonomamente, un paziente mi ha chiesto di avviare una videochiamata con il cellulare, rimanendo lì con lui: è stata un’emozione unica vedere la gioia dei suoi familiari, vederlo sorridere (non poteva parlare per la tracheotomia, ndr), essere chiamata ‘angelo’ da loro. Essendo una persona sensibile, sono uscita dalla stanza con le lacrime agli occhi e il cuore pieno di emozioni”. Un lavoro fatto in team, in squadra: fondamentale la collaborazione. “Sono stata fortunata a trovare dei colleghi sublimi, sia tra i medici, sia tra gli infermieri, sia tra gli altri professionisti sanitari: il fatto di parlare a fatica, con tutto ciò che indossavamo, guardarsi solo negli occhi, trasmettendoci la gioia e il dolore, ha creato un gruppo forte e unito, in cui bastava uno sguardo per capirsi, in cui tutti si aiutavano, dai nuovi arrivati ai più esperti, senza condizioni, con l’unico obiettivo di far respirare il paziente, nella speranza che migliorasse”. Giulia sa che il rischio di rivivere quell’emergenza sanitaria esiste a ancora e fa un appello. “Ho sempre paura che si ritorni indietro a qualche mese fa, la situazione può peggiorare velocemente. E’ sbagliato dimenticare e far finta che tutto quello che è stato non sia successo e non stia succedendo: dobbiamo imparare dai nostri errori, per evitare che si verifichino nuovamente. Sicuramente l’esperienza Covid vissuta mi ha resa più forte, ma la paura di ritornare come in quel periodo resta”. Giulia ama fare l’infermiera, una professione di cui è orgogliosa. “Diversamente da tante persone che conosco, io non avevo deciso di fare l'infermiera, è stato un caso. Inizialmente studiavo chimica farmaceutica a Bologna, ma il destino ha voluto che poi cambiassi corso di studi e scegliessi infermieristica a Padova, nella sede di Monselice. Un puro caso. Avevo voglia di cambiare e quella mi era sembrata la scelta più semplice, dato il percorso di studi che avevo fatto fino a quel momento (chimica, fisica e biologia erano le materie che prediligevo) e dato il fatto che infermieristica è una laurea triennale. Non potevo immaginare quanto fosse impegnativo questo corso di studi, perché fin dal primo anno richiede tempo e impegno. Si inizia con i turni, lo studio è tanto e il tempo è poco: bisogna riorganizzare la propria vita per far combaciare tutto. Questa professione ha scelto me e devo dire che mi piace. Adoro il mio lavoro, anche se tante volte torno a casa sfinita. Il carico emotivo e fisico è importante, ma con il tempo si impara a gestirlo: non cambierei mai professione”.

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