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Il Covid alimenta il lavoro nero

La crisi legata alla pandemia e il pericolo di taglio di posti di lavoro spingono l’abusivismo

Il Covid alimenta il lavoro nero

Il coronavirus alimenta il lavoro nero. Oltre 200mila lavoratori nero, per un giro d’affari che in Veneto è stimato in oltre 5.500 milioni di euro l’anno. Un mostro che nella nostra regione vale il 9,1% del tasso di irregolarità (Incidenza % del numero di occupati irregolari sul totale degli occupati). Numeri enormi, ma che piazzano il Veneto agli ultimi posti dei territori per lavoro nero, e quindi ai primi per virtuosità. facile quindi pensare a come stia messo il resto dell’Italia.

Cifre che emergono dallo studio della Cgia di Mestre che valuta il rischio di aumento del lavoro nero legato all’emergenza sanitaria del Covid.

Secondo la Cgia, quindi, la crisi determinata dall’emergenza sanitaria potrebbe far “esplodere” l’esercito degli abusivi e dei lavoratori in nero presenti in Italia. Stando alle previsioni dell’Istat, infatti, entro la fine di quest’anno circa 3,6 milioni di addetti rischiano di perdere il posto di lavoro”. La Cgia spiega che “sebbene sia difficile prevedere quante persone perderanno il posto di lavoro nel Veneto, non è da escludere che nella nostra regione altri 200-250 mila lavoratori saranno espulsi dal mercato del lavoro entro la fine di quest’anno”. Auspicando che la dimensione del numero degli esuberi sia decisamente inferiore a quella a rischio, l’Ufficio studi della Cgia ipotizza che una parte di questi nuovi disoccupati verrà sicuramente “assorbita” dall’economia sommersa. Non saranno pochi, infatti, coloro che, dopo aver perso il posto in fabbrica o in ufficio, si rimboccheranno le maniche in qualsiasi modo, anche ricorrendo al lavoro in nero. Persone che non riuscendo a trovare una nuova occupazione accetteranno un posto di lavoro irregolare o si improvviseranno come abusivi. Grazie a questa scelta riusciranno a percepire qualche centinaia di euro alla settimana; pagati poco e in contanti, tutto ciò avverrà in nero e senza alcun versamento di imposte, contributi previdenziali e assicurativi.

“Oltre alla probabilissima espansione del lavoro irregolare, la situazione di difficoltà economica in cui versa il Paese sembra non essere avvertita dalle forze politiche e in generale dall’opinione pubblica. Anche in Veneto, il confronto tra le statistiche non lascia presagire nulla di buono. Afferma il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo: “Nel 2009, che viene ricordato come l’annus horribilis anche dell’economia veneta degli ultimi 75 anni, il Pil della nostra regione scese del 5 per cento e la disoccupazione nel nostro territorio nel giro di qualche anno passò dal 3,5 al 7 per cento. Quest’anno, invece, se le cose andranno bene la contrazione del Pil veneto sarà di oltre il 10 per cento: una riduzione doppia rispetto a quella registrata 11 anni fa. Alla luce di ciò, è molto probabile, dal momento in cui verranno meno la Cig introdotta nel periodo Covid e il blocco dei licenziamenti, che il tasso di disoccupazione assumerà dimensioni molto preoccupanti. Secondo le previsioni di Prometeia, ad esempio, nel 2021 potrebbe salire all’8 per cento”.

Come si diceva ad “ammortizzare” una parte dei posti di lavoro persi a causa dell’emergenza sanitaria ci penserà l’economia sommersa. Gli ultimi dati disponibili dicono che in Italia ci sono oltre 3,3 milioni di occupati, il tasso di irregolarità è del 13,1 per cento e tutte queste persone producono un valore aggiunto in nero di 78,7 miliardi di euro.

Nel Veneto, fortunatamente, questa piaga sociale ed economica ha dimensioni molto contenute. A fronte di una stima di 206.400 lavoratori in nero, il tasso di irregolarità è del 9,1 per cento e il valore aggiunto generato dall’economia sommersa ammonta a 5,6 miliardi di euro all’anno. Il resti delle regioni italiane non sta messo meglio. Campania, Calabria e Sicilia sono le realtà dove il lavoro nero è più diffuso; oasi felici Aosta, Veneto e Bolzano. A livello territoriale, quindi, sono le regioni del Mezzogiorno ad essere maggiormente interessate dall’abusivismo e dal lavoro nero. Secondo l’ultima stima redatta dell’Istat e relativa al 1° gennaio 2018, in Calabria il tasso di irregolarità è pari al 21,6 per cento (136.400 irregolari), in Campania al 19,8 per cento (370.900 lavoratori in nero), in Sicilia al 19,4 per cento (296.300), in Puglia al 16,6 per cento (229.200) e nel Lazio al 15,9 per cento (428.200). La media nazionale è pari al 13,1 per cento.

Le situazioni più virtuose, si registrano nel Nordest. Se in Emilia Romagna il tasso di irregolarità è al 10,1 per cento (216.200 irregolari), in Valle d’Aosta è al 9,3 per cento (5.700), in Veneto al 9,1 per cento (206.400) e nella Provincia autonoma di Bolzano si attesta al 9 per cento (26.400).

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