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FEMMINICIDIO

Giulia nel cuore della comunità ad un anno dalla morte

I pensieri degli studenti per la giovane mamma strangolata esattamente un anno fa

Giulia nel cuore della comunità ad un anno dalla morte

Ricorre oggi il primo anniversario della tragica scomparsa di Giulia Lazzari. Una mamma di 23 anni, qualche anno in più dei ragazzi di una scolaresca di quinta di un istituto superiore adriese che hanno dedicato un momento di riflessione sulla vicenda insieme all’insegnante. L’attenzione è stata posta sulla panchina rossa nei Giardini Mazzini dedicata a Giulia, ideata da Norma Carletti, realizzata e donata dalla Pi.Enne. Ecco i commenti degli studenti.

Alessandro: “La panchina rossa è un giusto ammonimento a fermare la violenza sulle donne perché devono trovare negli uomini protezione e tutela, ma anche libertà perché gli uomini non possono pensare di chiuderle in un mondo a loro piacimento”.

Alessia: “I dettagli della panchina raccontano la tragedia che è successa tra un uomo e una donna. La semplicità dell’opera richiama prima di tutto sulla necessità di prestare molta attenzione a quei piccoli gesti che potrebbero sembrare una sciocchezza, invece sono il sintomo che qualcosa non va. E’ la storia di due persone che erano legate: infatti la panchina è unita, non divisa, il rosso vivo è il colore del sangue, quindi porta già al pensiero della morte. L’attenzione maggiore va su quei due volti divisi ma fondamentalmente uniti, perché hanno una figlia alla quale è stata rovinata l’infanzia. Non solo l’infanzia, ma la vita intera perché sapere che tuo padre ha ucciso tua madre deve essere fortemente traumatico. Sarebbe bello che ogni paese avesse una panchina così”.

Alessia: “E’ giusto e importante che ci siano simboli, come in questo caso la panchina rossa, che aiutino a riflettere su una situazione che spesso viene giudicata normale. La mia speranza è che, quanto prima, nessuna donna possa imbattersi in questo dolore perché non è normale che sia normale”.

Alexandru: “E’ interessante la quantità di simboli e significati che un’opera può rappresentare, soprattutto in questo caso dove una semplice panchina sta a indicare non solo la tragedia di una giovane donna a causa del marito, ma il colore rosso indica sia l’amore che la violenza. Poi la particolare forma con i posti a sedere contrapposti ma collegati, quindi uniti ma divisi, con ruoli diversi ma complementari. Inoltre c’è il colore bianco che, con la sua purezza, indica sia l’innocenza della bambina che quella della loro relazione”.

Angela: “Trovo incomprensibile che certe violenze abbiano ad accadere: penso a quella bambina, lasciata sola, senza quell’amore che soltanto mamma e papà possono dare”.

Asma: “E’ molto significativo che la panchina sia stata posizionata in centro: il centro della comunità come il cuore è il centro dell’amore per una persona e quella panchina ricorda un amore spezzato. Ricordare è importante ma lo è ancora di più comprendere, riguardare indietro con gli occhi del presente cercando di cogliere qualsiasi sentore, indizio che ci porti a non commettere nuovamente gli stessi errori, trovare qualcosa che ci aiuti ad analizzare, intervenire in queste particolari situazioni. Non basta commemorare, certo questo è il primo passo. Bisogna educare, parlarne, ammettere che il fenomeno del femminicidio c’è, esiste e sussiste. L’ambiente circostante è insicuro, perché non deve mai tendere a normalizzare questi episodi. Spesso la quotidianità di una notizia fa sì che questa sia meno d’impatto, di conseguenza diminuisce l’attenzione che si deve prestare su essa”.

Chiara: “Vedere quella panchina aiuta a ricordare quello che è successo, a riflettere sul ruolo della donna nella società d’oggi, la discriminazione che le donne patiscono, la sottovalutazione della donna fino a considerarla una schiava”.

Giada: “E’ giusto aver messo quella panchina in pieno centro perché tutti devono vedere, ricordare e riflettere su quanto accaduto affinché non accada più”.

Gianluca: “La panchina messa sotto gli occhi di tutti è un messaggio per dire che non si può più tacere, un incoraggiamento alle donne coraggiose che si ribellano, denunciano, non si arrendono”.

Giulia: “Ricordare un fatto così drammatico deve aiutarci a riflettere sul fatto che ogni violenza va combattuta: sulle donne, sugli uomini, sui bambini, sugli anziani, sugli animali. Così pure ogni forma di violenza verbale, fisica, psicologica, morale. E per combattere alla radice la violenza, bisogna educare meglio fin da piccoli per costruire una società migliore dalle fondamenta”.

Jessica: “Sarebbe importante che tanti genitori si fermassero davanti a quella panchina e spiegassero ai loro figli motivo e significato: i pensieri di un adulto sono condizionati dal modo e dal mondo in cui è cresciuto ed educato”.

Leonardo: “Osservando i particolari della panchina si va oltre la tragedia in sé, per quanto il fatto sia di una gravità inaudita. Quei particolari portano a riflettere: fatti del genere succedono perché non vuoi bene a te stesso, così finisci per fare del male agli altri, soprattutto alla persona che hai scelto per stare insieme, perché sia il tuo amore”.

Matteo: “Il cuore mezzo spezzato al centro della panchina dovrebbe avere qualche tonalità di grigio per simboleggiare la freddezza dell’uomo nel gesto violento di eliminare la moglie in quel modo”.

Matteo: “Il femminicidio è senza dubbio il caso più eclatante di violenza sulle donne, ma questa violenza si esprime in tante altre forme che portano le donne a essere confuse e indifese, spesso lasciate sole”.

Mattia: “Un aspetto particolare della panchina sono quei due volti che si guardano, ma non sanno cogliere attentamente i messaggi che uno vuole mandare all’altro: da qui si può partire per eliminare questa orribile violenza”.

Martina: “Quando penso a quanto accaduto il pensiero va subito a quella bimba e mi piace pensare che abbia trovato una famiglia che le vuole bene”.

Sonia: “Al solo pensiero mi vengono i brividi: non mi capacito di come la donna possa essere, nel 2020, così screditata, umiliata e oggettificata”.

Riflessioni profonde di ventenni che portano a dire che mai come in questo caso i “grandi” hanno tanto da imparare dai più giovani.

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