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CORONAVIRUS IN POLESINE

"Un mese da positivo. In mezzo al caos burocratico"

Un imprenditore: “Disorganizzazione e confusione: sembra che il braccio destro non sappia cosa fa il sinistro”

"Un mese da positivo. In mezzo al caos burocratico"

Ordini e contrordini. E un grande caos che si aggiunge alla preoccupazione e all’angoscia di essere risultato positivo al coronavirus, assieme a tutta la propria famiglia.

E’ la paradossale vicenda raccontata da un imprenditore polesano, residente in una frazione di Rovigo, che ha scoperto di aver contratto il Covid, così come sua moglie, il padre anziano e la relativa compagna. Tutti ormai guariti, tranne la moglie ancora "debolmente positiva". Ma l’incubo è durato per un mese intero. E una volta che il tampone ha finalmente dato responso negativo, sono iniziati problemi di altro genere. Burocratici, essenzialmente. E relativi - racconta l’uomo - "al rapporto con i funzionari dell’Ulss" avvenuto essenzialmente via telefono. Secondo l’imprenditore, dall’altro capo del filo sono arrivate disposizioni contrastanti, che ad ogni telefonata differivano da quelle date in precedenza. Un gran caos che ha generato problemi e incomprensioni. Oltre ad aumentare la difficoltà in un momento già critico.

Ma andiamo con ordine. L’uomo è stato l’unico della propria famiglia a necessitare di ricovero: è rimasto per 15 giorni in ospedale a Trecenta, dove è stato accudito e curato. Poi, ancora positivo ma senza aver più bisogno di cure ospedaliere, è stato dimesso e rimandato a casa, a Rovigo, per fare due settimane di isolamento nell’attesa di negativizzazione. E qui è sorto il primo problema: "Avevo chiesto di poter tornare a casa con la mia auto: me la sarei fatta portare e poi l’avrei guidata da solo, senza fermarmi e andando dritto a casa, dove avrei passato il periodo di quarantena. Mi è stato vietato: ho dovuto aspettare sera perché ci fosse un’ambulanza disponibile a portarmi da Trecenta a casa. Un servizio che mi è anche toccato pagare", riferisce l’uomo.

Ma questo è niente. Il problema vero - spiega - è sorto in seguito, con il rapporto telefonico con il servizio igiene dell’Ulss. "Io ormai sono negativo - dice l’uomo - e sabato sera sono scaduti i 14 giorni di isolamento che dovevo fare. Così, ne ho approfittato per andare nella mia azienda: mancavo da un mese, e l’attività, in una realtà piccola come la nostra, ne ha inevitabilmente risentito: senza la mia costante vigilanza il lavoro è andato avanti a spizzichi e bocconi. Da casa, via computer, non sono certo riuscito a sbrigare tutto quello che c’era da fare".

Comprensibile, dunque, la voglia di tornare attivo quanto prima. Ma una telefonata dell’Ulss lo ha gelato: "Differentemente da quanto mi avevano comunicato, mi hanno detto che la mia quarantena sarebbe finita soltanto a mezzanotte di lunedì, e che dunque ero stato un incosciente a pensare di uscire". Sullo sfondo, l’uomo pone anche una questione di metodo: "Ma tutte queste comunicazioni orali, date semplicemente al telefono, che valore legale hanno? Chi attesta cosa è stato detto a chi? Non c’è nulla di scritto, e mi sembra un’assurdità", il suo commento. Ma non basta: "Non potevo tornare a casa da solo né andare in azienda - prosegue nel suo resoconto - però mi hanno detto di andare a sottopormi al tampone all’ospedale, con mia moglie. Quindi siamo usciti di casa e siamo stati in mezzo alla gente per poter eseguire il test. E volete sapere cos’è successo? Il pomeriggio stesso una delle ‘squadre volanti’ si è presentata a casa nostra per farci il tampone, non sapendo che l’Ulss stessa ci aveva chiesto di andarlo a fare in presenza. Insomma: ci è sembrato che il braccio destro non sappia quello che fa il sinistro. Una situazione paradossale".

"Tutto questo - prosegue l’imprenditore rodigino - causa in chi è malato uno stress psicologico notevole". Ma non è finita. "Alla fine siamo risultati tutti negativi. Tutti tranne mia moglie, che in base all’ultimo tampone è ‘debolmente positiva’. Per questo - spiega - anche per poter tornare presto al lavoro, visto che l’assenza prolungata dall’ufficio sta causando problemi sia a lei che alla sua azienda, ha chiesto di sottoporsi nuovamente al test a stretto giro, nell’arco di due o tre giorni. Le hanno detto che il nuovo appuntamento le sarebbe stato dato tra 10 o 12 giorni: un periodo da passare, ovviamente, chiusa in casa e senza poter lavorare. Ma se non lavoriamo mi spiegate come facciamo ad avere i soldi per pagare le tasse? E’ impossibile".

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