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Il caso degli operatori della fiera. "Noi, fieristi, senza alcun ristoro"

Bertucci (Anva): "Roma non ci ascolta, basterebbe guardare gli incassi: a zero"

Il caso degli operatori della fiera. "Noi, fieristi, senza alcun ristoro"

In tutto il Polesine quando arrivano fanno festa, girano l’Italia, le sagre e le fiere. I 30mila fieristi del settore alimentare sono fermi dalla fine di settembre a questa parte, ma il governo si è dimenticato di loro, niente ristori, né contributi a fondo perduto. Tutto per un codice Ateco che li confonde con gli ambulanti “alimentari”, che invece possono lavorare nei mercati settimanali.

“La logica in tutto questo? Non c’è ho smesso di pensare a una logica dall’inizio di questo lockdown”, commenta con amarezza Angelo Bertucci, presidente dell’associazione nazionale venditori ambulanti (Anva), legata a Confesercenti.

Lui vende dolciumi e la sua attività è una di quelle che si sono perse nei meandri dei codici che in teoria servono a individuare la tipologia di attività, ma spesso creano disastri.

“Le nostre sono attività specializzate non alla partecipazione dei mercati settimanali, ma alle fiere e ai mercati che attualmente sono chiusi per via della pandemia - spiega Bertucci, che è anche presidente di Cofipo, l’ente fieristico polesano - Parliamo dello stand di formaggi sardi, o dolci siciliani, di chi cucina cibo tipico e fa street food girando per tutta Italia, ma anche chi vende abbigliamento e altri oggetti che si possono trovare nelle tradizionali fiere, specializzate e non. Sono stati ristorati con 600 euro a marzo, con la prima tranche, sono arrivati anche i 1000 euro tramite l’Agenzia delle Entrate, ma siamo stati dimenticati dagli altri decreti che hanno garantito ristori a chi era fermo. Come lo siamo tutt’ora noi. Poiché siamo equiparati agli ambulanti che vendono alimentari nei mercati tradizionali, siamo esclusi. Un giochetto non da poco, che ci costa moltissimo”.

Le associazioni di categoria per settimane hanno bussato alla porta del Governo, per spiegare l’inghippo. Nel nuovo Decreto Ristori, che stabilisce la possibilità di ottenere un contributo a fondo perduto per le attività fortemente colpite dalle misure restrittive messe in campo dal Governo, non c'è alcun riferimento alla categoria.

Questi operatori commerciali, infatti, pur facendo parte della più vasta categoria dei ‘commercianti su aree pubbliche’ sono nei fatti impossibilitati a lavorare dal primo lockdown, perché a prescindere dai divieti normativi nazionali e regionali a livello locale i comuni hanno per larga misura annullato le fiere. “Basterebbe introdurre un criterio di differenziazione, se solo noi potessimo produrre gli incassi, si capirebbe che sono a zero. Sono mesi e mesi che proviamo a farlo capire a Roma”.

Nel caso di Bertucci: “Dal 16 febbraio hanno chiuso i mercati. Anche in estate le fiere principali sono state annullate. Con Cofipo siamo riusciti a salvare Street Food e qualche evento minore, in estate. Salvata il 29 settembre la fiera di Loreo. Eravamo già pronti, avevamo impostato tutto per la Fiera di Rovigo, ma l’ordinanza del sindaco ha anticipato il Dpcm che chiudeva gli eventi fieristici e le sagre. Le fiere programmate a febbraio e a marzo sono già state annullate. La prospettiva non è buia, ma molto più che buia. Fino ad aprile saremo a risorse zero”.

Come si sopravvive? “Ognuno fa quello che può - allarga le braccia Angelo Bertucci - Alcuni colleghi hanno trovato spazio grazie alla disponibilità di comuni non troppo fiscali per inserirsi nei mercati con posteggi straordinari. Ma non il più delle volte i posteggi liberi vengono lasciati liberi per evitare gli assembramenti”. Bertucci vende dolciumi non a caso: mostra la massima calma di fronte a una situazione da incubo: “La speranza è l’ultima a morire, speriamo che ci ascoltino a Roma”.

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