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LA STORIA

In scafandro da otto mesi contro il virus: "Stanchi, ma ci commuoviamo ancora"

Le storie di chi, sin dalla prima fase dell'epidemia, è in trincea. Prima erano eroi, ora c'è chi li allontana

In scafandro da otto mesi contro il virus: "Stanchi, ma ci commuoviamo ancora"

La prima volta che ha indossato lo scafandro anti Covid e la mascherina è stato il 16 marzo scorso, per eseguire i tamponi su tutto il personale sanitario dell’ospedale di Rovigo. Da allora Andrea Pasqualini, 51 anni, infermiere dell’Ulss 5, non ha più smesso di fare tamponi. Sei ore al giorno al punto Covid di Rovigo. "All’inizio era una cosa completamente nuova per noi - racconta - Lavoravamo all’assistenza del paziente e all’organizzazione dei ricoveri, imparare anche solo a vestirci è stato traumatico. Si aveva l’impressione di non respirare, ora ci siamo abituati".

A ogni turno Andrea e i suoi colleghi indossano la tuta idrorepellente, calzari gommati, le cuffie e inizialmente anche due camici, due guanti "che fanno perdere completamente la sensazione tattile", mascherine Ffp2 e un cappuccio con la visiera e gli occhiali. "Ricordo quest’estate, sotto grondavamo di sudore, l’acqua colava fino ai piedi, eravamo completamente fradici di sudore, ma abbiamo resistito". Anche perché fuori dal punto Covid spesso Andrea si sente meno sicuro che con i suoi dispositivi a eseguire decine e decine di tamponi al giorno.

"Andare al supermercato a volte è molto più pericoloso, se vogliamo usare questo termine, paradossalmente con i miei dispositivi indosso mi sento più al sicuro - dice Pasqualini, che pure di positivi ne ha intercettati centinaia - Passiamo sei ore, dalle 8 alle 14 e dalle 2 alle 20. I turni di notte sono ancora coperti da personale Usca e dai volontari della Croce Rossa. Ma ero al lavoro il giorno di Ferragosto, quando la gente tornava da Croazia, Spagna e Grecia. Io c'ero".

E a Ferragosto, assicura Andrea, si percepiva già che qualcosa stava cambiando rispetto alla tregua che il virus aveva dato a maggio e giugno. Forte di questa esperienza, infatti, l’infermiere dice la sua: "Bisogna mantenere ancora una certa cautela ed evitare assembramenti. Mi rendo conto che la festività è incontrarsi con i familiari e i parenti, ma bisognerà sacrificarsi ancora un po’ e portare pazienza prima di dover rimpiangere misure più restrittive e tornare indietro con i contagi. Noi all’inizio dell’estate, dopo il tremendo lockdown eravamo contenti, quando i numeri erano in calo. Vedere ora la fila di persone al punto Covid non è affatto bello nemmeno per noi che dobbiamo aiutare questa marea di persone spesso impaurite".

Tra gli eroi in corsia, che - come ha raccontato qualche settimana fa La Voce di Rovigo - oggi sono talvolta reietti dai cittadini - c’è stanchezza. "Siamo stanchi, sì, ma c’è anche la voglia di uscirne il prima possibile. Come gruppo ci siamo uniti di più rispetto a prima, è un'esperienza professionale che arricchiste, tanti di noi non conoscevano nemmeno il mondo delle malattie infettive. Io, per esempio, vengo da un servizio di day surgery multidisciplinare, ho seguito interventi di oculistica, di dermatologia eccetera. Mentalmente sono abituato ad adattarmi, ma questa cosa qui è assolutamente nuova e inafferrabile".

Ha avuto con questa seconda ondata l’impressione che anche la gente sia stanca, che vi allontani? "In genere no, anche se tra i genitori della scuola di mio figlio ho visto qualcuno allontanarsi o dire al figlio ‘su che andiamo a casa, abbiamo fretta’, ho avuto sì la sensazione di essere allontanato. Sensazione che passa". Già, perché quando gli stessi genitori magari si scoprono positivi, che reazione hanno? "Uh, le più disparate, c’è chi è meravigliato, perché ha usato qualsiasi precauzione, chi sospettava per i sintomi o perché a contatto con il familiare positivo. C’è chi è disperato".

La volta in cui Andrea e i colleghi si sono davvero commossi è stata davanti a un bambino di 10 anni. Aveva tosse e febbre. Anche questo con la prima ondata era una rarità a Rovigo. E invece con il tempo sono aumentati i casi di bambini positivi. "Tutti noi abbiamo un figlio e vedere quel bambino spaventato e in lacrime ci ha stretto il cuore. Lui era consapevole del fatto che era una cosa importante. Lo abbiamo lasciato con il papà che lo consolava. Poi, a distanza di giorni l’ho rivisto e ho chiesto come stava per incoraggiarlo".

Al punto Covid nessun operatore sanitario è rimasto contagiato. "Ma ho colleghi che sono risultati positivi e raccontano di una malattia che ti prova psicologicamente. Qualcuno che è attorno ai 50 anni, fa fatica a camminare e a respirare". Chi si sacrifica ogni giorno per la salute di tutti avrebbe spesso voglia di dire: "Tieni su quella mascherina, tieni la distanza. Non lo faccio perché siamo già bombardati di informazioni e certa gente non cambia".

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