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LO STUDIO

"Esiste una correlazione tra i contagi e la vitamina D"

Secondo il dossier, il trattamento con la vitamina D diminuisce decessi e trasferimenti in terapia intensiva

Csa, la situazione resta critica, il covid non dà tregua

Secondo una nuova ricerca sulla pandemia del coronavirus pubblicata sulla rivista “Nature”, esisterebbe una "impressionante correlazione lineare tra la latitudine" e l'aumento di nuovi casi di Covid nella maggior parte dei Paesi europei durante l'autunno, con la conseguente possibilità che la vitamina D agisca come fattore rilevante. Secondo la ricerca, le date di picco nei contagi dei Paesi corrispondono ai momenti in cui la quantità giornaliera di raggi solari UV scende al di sotto del 34%, rispetto a quella a 0° di latitudine. La variazione della concentrazione di vitamina D, viene sottolineato, appare quindi correlabile all'aumento nel numero dei contagi. Citando studi precedenti, viene affermato che una bassa concentrazione della vitamina D sia "un fattore che contribuisce alla gravità del Covid-19".

La pubblicazione segue l’annuncio dei risultati del primo studio italiano sugli effetti della vitamina D, pubblicato su “Nutrients” e coordinato dall'università di Padova che vede coinvolte le università di Parma, Verona e gli istituti di ricerca Cnr di Reggio Calabria e Pisa. Secondo il dossier, il trattamento con la vitamina D diminuisce decessi e trasferimenti in terapia intensiva. "La nostra è stata una ricerca retrospettiva condotta su 91 pazienti affetti da Covid, ospedalizzati durante la prima ondata pandemica nella area Area Covid-19 della Clinica medica 3 dell'Azienda ospedale-università di Padova - spiega il professor Sandro Giannini del Dipartimento di Medicina di Padova e primo firmatario dello studio -. I pazienti inclusi nella nostra indagine, di età media 74 anni, erano stati trattati con le associazioni terapeutiche allora adoperate in questo contesto e, in 36 soggetti su 91 (39.6%), con una dose elevata di vitamina D per 2 giorni consecutivi. I rimanenti 55 soggetti (60.4%) non erano stati trattati con vitamina D2. Ebbene, “nei soggetti che avevano assunto il colecalciferolo, il rischio di andare incontro a decesso-trasferimento in Icu era ridotto di circa l'80% rispetto ai soggetti che non l'avevano assunto”.

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