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CORTE D’ASSISE

Omicidio Samira, ecco le accuse. Ma il marito nega e piange

Per la sparizione della donna, dal 21 ottobre 2019, è imputato Mohamed Barbri. La sua datrice di lavoro: “La moglie diceva che lui la seguiva e la picchiava”

Omicidio Samira, ecco le accuse. Ma il marito nega e piange

29/01/2021 - 20:57

La sparizione di Samira, e l’accusa che qualcuno l’abbia ammazzata facendo sparire il suo corpo, è il nocciolo del processo che questa mattina è iniziato nella Corte d’assise del tribunale di Rovigo e che vede un unico imputato: il marito Mohamed Barbri. Il 41enne marocchino è accusato di omicidio volontario e di occultamento di cadavere; il pubblico ministero Francesco D’Abrosca lo ritiene responsabile dell’omicidio di Samira El Attar, moglie e madre di sua figlia, della quale dal 21 ottobre 2019 non si ha più alcuna notizia. E il cui corpo mai è stato ritrovato. Un processo che si tiene con rito immediato.

A costituirsi parte civile la madre di Samira, Malika El Abdi, difesa dall’avvocato Nicodemo Gentile, quindi Azziz El Attar, fratello della donna, seguito dall’avvocato Antonio Cozza, quindi l’associazione Penelope, realtà di volontariato impegnata nella ricerca di persone scomparse, attraverso l’avvocato Stefano Tigani. Respinte le richieste di costituzione dello zio Majid El Attar e dell’associazione Gens Nova.

Saranno molti i testimoni che dovranno sfilare in aula, 32 per l’accusa, 56 per la difesa (molti dei quali in comune). La Corte, presieduta dal giudice Angelo Risi, ha respinto le consulenze della criminologa Anna Vagli per la difesa, e quelle della criminologa Roberta Bruzzone, della genetista Morena Baldi e dell’informatico Luigi Nicotera per la parte civile.

L’ammissione del verbale di audizione protetta svolta da Barbara Bononi nei confronti della figlioletta di Samira e Mohamed (mezz’ora di video dove racconta alcuni aneddoti circa il rapporto tra mamma e papà) è stata ammessa. Saranno ammesse anche parte delle intercettazioni telefoniche e ambientali dell’indagine.

La prima teste a essere ascoltata è stata Vilma Benetazzo, 81 anni, datrice di lavoro di Mohamed (lui era addetto al confezionamento delle angurie per i supermercati) e proprietaria dell’abitazione in cui Samira e il marito abitavano a titolo gratuito.

“Samira non ha mai abbandonato la figlia e anche quando faceva i turni di notte, come badante, portava la bimba con sé piuttosto che lasciarla al marito - tra le accuse mosse - l’avevo assunta per fare la domestica da me, ma Mohamed non ha accettato perché in magazzino lavoravano dieci marocchini e lui era geloso”. Poi Benetazzo ha confermato le confidenze di Samira: “diceva che Mohamed la seguiva e la picchiava, e aveva dirottato le chiamate della moglie nel proprio cellulare. Samira non aveva rapporti sessuali col marito perché odiava la sua scarsa igiene”.

“Il 21 ottobre è venuto da me con la figlia e mi fa: ‘Samira è scappata con tutti i soldi’ - ha raccontato, più tardi contraddicendosi incalzata la difesa e parlando del 24 ottobre - più che preoccupato per la scomparsa, mi pareva preoccupato nel chiedermi di dire alle forze dell’ordine che lui, quel giorno, era a lavoro da me. E invece a lavoro non ci è mai venuto”. La difesa, al termine dell’udienza, ha raccontato che “Mohamed ha pianto di fronte a quelle falsità. In ogni caso, questa che è considerata una testimone chiave non ha fornito alcun elemento utile ad accusare Mohamed di omicidio”.

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