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LA TESTIMONIANZA

"Col respiratore 22 ore al giorno", il drammatico racconto di un 55enne, ricoverato nel covid hospital

Dalle prime linee di febbre al ricovero e alle terapie. "Non si può davvero capire cosa significhi stare lì dentro"

"Col respiratore 22 ore al giorno", il drammatico racconto di un 55enne, ricoverato nel covid hospital

10/02/2021 - 18:09

"Adesso anche una semplice passeggiata sembra una rinascita". Chi parla è un 55enne polesano, che per 20 giorni è stato ricoverato nel Covid hospital di Trecenta dove ha sconfitto una polmonite interstiziale bilaterale. Una lunga battaglia che ha lasciato strascichi sul suo fisico.

E dire che tutto è iniziato con una “febbre di alcune linee - racconta - accompagnato da dolore al torace e malessere generale”. Due giorni dopo, la febbre sale a 38,5, incominciano i primi colpi di tosse e il dolore toracico si fa sempre più acuto. Da qui la decisione di sottoporsi a tampone. L’esito fa raggelare: positivo. “Il macigno cade sopra la mia testa all’improvviso come una meteora, il 10 novembre scorso - racconta - mi dicono: torni a casa e si metta in isolamento fiduciario, queste sono le prescrizioni e tanti auguri. Mille pensieri mi pervadono la testa - racconta il 55enne - accingendomi a raggiungere il mio veicolo nel parcheggio. Gli occhi mi si riempiono di lacrime al punto che non mi permettono di scorgere dove ho messo la macchina; col telefono in mano chiamo casa per dare la notizia. Mi adeguo alla circostanza e mi ricavo un posto in un vano in zona caldaia dove ho servizi igienici e mi faccio portare un materasso di spugna da stendere sul pavimento per le notti. La febbre inesorabilmente non mi abbandona per ben otto giorni: si abbassa per qualche ora per poi tornare impetuosa. La cura di antibiotico e cortisone viene maggiorata dal personale dell’unità sanitaria continuità assistenziale che, per ben due volte, mi visita a domicilio”.

Poi, all’ottavo giorno di isolamento la febbre sale a 40 e la saturazione scende a 87, con tosse insistente. Inevitabile la scelta del ricovero. "Da subito - racconta ancora il polesano - vengo trattato con saturimetro, pressione sanguigna, misurazione della febbre, ago in vena e prelievo ematico, emogas, dall’altro braccio ago a farfalla predisposto per soluzioni endovenose ed immediata infusione di antipiretico ed ossigeno con canula nasale. La mattina seguente dicono di dovermi trasferire in altro reparto per ottimizzare i posti letto ma in realtà scopro di essere gravemente in situazione critica causa difficoltà respiratoria e mi ritrovo in terapia semi-intensiva". Qui, il paziente viene sottoposto a maschera a forzatura ventilata a supporto di ossigeno. "La maschera facciale - racconta - deve aderire bene al volto per non disperdere il getto d’aria, altrimenti scatta un suono metallico e il respiratore artificiale non fa più il suo dovere. Il macchinario può farti compagnia anche 22 ore al giorno. Una lotta in cui dormi poco o nulla: le luci del reparto, i suoni delle macchine a supporto delle maschere, il passaggio degli infermieri, il loro dialogare a voce sostenuta perché, per la loro bardatura Dpi, non udirebbero ciò che si dicono, l’attività di pulizia alla persona del compagno sventurato di stanza; le preoccupazioni finiscono per assorbire le poche ore libere, prima che il volto torni nuovamente imprigionato e il getto d’aria ricominci il suo ciclo".

La terapia "s’interrompe solo per i pasti o i controlli medici durante i quali viene sostituita dall’ossigenazione con canule nasali, le cui narici bruciate sanguinano; i bordi gommati della maschera ti lasciano profondi solchi sulla faccia che se non ben aderenti all’epidermide facciale, emettono stridii e suoni pernacchiosi così facendo innescare il suono tipico di anomalo funzionamento della macchina a cui sei collegato mediante un tubo di ossigeno".

Comunque "la maschera - spiega il paziente - fa meno rumore ed è più sopportabile del casco anche se, ti ritrovi in un turbinio d’aria dall’apparente corsa in auto ai 200 all’ora con tutti i finestrini aperti, le orecchie schioccano e si aprono e si richiudono come fossi in altura. Il profilo della maschera affusolato e trasparente ti permette di scrutare il cellulare chiudendo un occhio per vedere i messaggi a display se hai buona vista ma se ti arriva una chiamata devi rinunciare a rispondere".

"Tutti questi strumenti, insieme ai medicinali - riferisce l’uomo - sono tra le difese principali con cui, se hai insufficienza respiratoria acuta, provi ad affrontare il picco della malattia, che mediamente si manifesta dieci giorni dopo i primi sintomi. Nel corso della degenza ti rendi conto di essere isolato dagli affetti più cari: il Covid impedisce ai malati di avere qualsiasi contatto con parenti e amici, sottrae dalla quotidianità frenetica della modernità imponendo di riscrivere la propria scansione quotidiana del tempo. Poi, se i parametri reagiscono positivamente agli stimoli delle cure, l’applicazione giornaliera della ventilazione viene progressivamente ridotta".

Il paziente sottolinea che "la tenacia e la professionalità di tutto il personale, sia medico, infermieristico che di supporto alle persone, è davvero straordinario. Solo chi prova a ritrovarsi in un Covid hospital si rende conto delle condizioni in cui questi professionisti lavorano, sembra un capo di guerra in cui si trovano in prima linea contro quel nemico così insidioso e subdolo. Assistere ad un drenaggio polmonare per il distacco di un polmone con l’inserimento di un tubo al suo interno attraverso un foro praticato, nell’immediata urgenza con bisturi, sul letto della camera, non è cosa da tutti i giorni che, a pensarci ancora, mi fa rabbrividire". Un’esperienza davvero terribile.

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