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COVID UN ANNO DOPO

21 febbraio 2020, la storia del “modello Veneto” nella lotta al Covid19 era iniziata

Da Schiavonia a Vo’, tamponi e isolamento, quando tutti dicevano che non servivano

21 febbraio 2020, la storia del “modello Veneto” nella lotta al Covid19 era iniziata

20/02/2021 - 17:12

Il primo caso a Codogno, il risveglio da una situazione di normalità per ritrovarsi dritti dentro ad un incubo, i contagi a Schiavonia, il primo morto in Italia a causa del virus e la scoperta che era uno di noi, abitava a Vo’, sui Colli Euganei, a poche decine di chilometri dal confine con il Polesine... Tutto nel giro di poche ore di quel 21 febbraio 2020.

A raccontare più volte quelle ore convulse è stato il governatore del Veneto, Luca Zaia. Raggiunto dalla notizia si è precipitato a Padova insieme ai vertici della sanità veneta. Neppure lui immaginava che sarebbe stato solo l’inizio di 365 giorni vissuti come in una centrifuga, senza feste, senza domeniche, senza soste. Eppure quello che accadde in quelle prime ore ha in gran parte segnato la storia del virus in Veneto, almeno nella prima, drammatica ondata di contagi. Le decisioni di quella serata hanno probabilmente fatto sì che il sud del Veneto non diventasse una nuova Bergamo. Perché a volte sono i particolari, la fortuna, la decisione del momento a cambiare il corso di una storia che probabilmente era segnata ad andare diversamente.

Fuori, intanto, si faceva fatica a capire cosa stava succedendo...

“Noi eravamo pronti - ha raccontato a suo tempo il governatore Zaia tornando su quella serata del 21 febbraio - grazie alla dottoressa Russo, una catanese che dirige il Dipartimento di prevenzione. Quando c’è stato il primo caso a Vo’ - ricorda - io un’ora dopo a Padova avevo davanti a me tutta la task force. Quella sera, contro la volontà del tavolo (e contro le decisioni dei vertici nazionali della sanità, che solo dopo mesi cambiarono idea Ndr), ho deciso tre cose: tamponare tutti, e così abbiamo scoperto nel paese di Vo’ 66 asintomatici. Poi ho chiuso l’ospedale di Schiavonia, dov’è morto il primo malato in Italia, Adriano Trevisan. E infine ho disposto le tende riscaldate fuori degli ospedali per il triage. Noi, da quel momento in poi, il virus non l’abbiamo aspettato, siamo andati a cercarlo”.

In poche ore era nato il “modello veneto”, figlio di un’intuizione più che del rispetto ferreo delle regole.

Senza i tamponi a tutti i residenti di Vo’ ci sarebbero stati 66 asintomatici che avrebbero continuato ad andare in giro a contagiare altri cittadini. A Nembro, ad Alzano, in buona parte della bergamasca è andata così.

Di certo in quella serata così convulsa a pochi sarebbe venuto in mente di mettere in quarantena un intero ospedale, quello di Schiavonia, dove erano ricoverati i due contagiati che nel frattempo erano stati trasferiti a Padova. E di mandare la Protezione civile a montare le tende. Le polemiche, all’epoca, furono feroci: si fa solo terrorismo, si crea solo ansia nei cittadini...

La seconda iniziativa di quelle ore, non meno clamorosa, ha riguardato invece il comune di Vò Euganeo, dove è stata ordinata la chiusura di scuole, bar e negozi, oltre allo stop degli eventi pubblici.

Al fianco di Zaia, nella sede dell’Unità di crisi per il Veneto, in via degli Scrovegni a Padova, quella sera c’erano l’assessore regionale Manuela Lanzarin, il sindaco di Padova Sergio Giordani e il prefetto Renato Franceschelli. L’assessore Lanzarin e il collega alla Protezione civile, Bottacin,da quel giorno sono diventate l’ombra del governatore, che li ha voluti al suo fianco praticamente 24 ore su 24.

“Adesso - questo fu l’annuncio di Zaia al termine della riunione di emergenza - su mia scelta svuotiamo progressivamente l’intero ospedale di Schiavonia. Contiamo di farlo in 5-6 giorni. Faremo inoltre lo screening a tutti i pazienti e al personale dell'ospedale e ai cittadini di Vò dove, lo ripeto, è scattata l’ordinanza di chiusura di tutti i luoghi pubblici. Il consiglio ai cittadini che vivono in quella zona è di evitare i luoghi affollati per il rischio di contagio”. Anche questa, in quelle ore, era una novità con la quale poi ci si è abituati a co0nvivere.

Nei giorni successivi tutti i medici e il personale sanitario dell'ospedale di Schiavonia restarono chiusi all’interno della struttura, e furono lasciati liberi di tornare a casa solo dopo l’esito negativo del tampone.... Già, il tampone, questo sconosciuto entrato poi di prepotenza a far parte della vita quotidiana di tutti noi.

“La chiave di volta del sistema di prevenzione del Veneto - ha raccontato poi più volte Zaia - furono quei famosi tamponi che decisi di fare a tutti, all’ospedale di Schiavonia e soprattutto a Vo’. E nonostante il giorno dopo abbia scoperto che fosse ‘fuori legge’, ma non ho desistito, anzi: siamo andati avanti per la nostra strada”.

Punto. Il resto, secondo il governatore fu preparazione del Piano di emergenza predisposto dalla dottoressa Russo accompagnato, perché no, da un mix di intuizione (come l’ossessione per tamponi e mascherine quando da Roma insistevano a dire che non servivano), azzardo e pure da un po’ di fortuna.

La storia del “modello Veneto” nella lotta al Covid19 era iniziata.

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