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IL RICORDO

21 febbraio 2020, un anno fa il giorno che ci sconvolse

Dalle positività iniziali alla chiusura dell’ospedale di Schiavonia fino al campo base

21 febbraio 2020,  un anno fa il giorno che ci sconvolse

20/02/2021 - 20:35

Un anno fa, oggi, è stato il giorno in cui siamo piombati nel subdolo inferno della pandemia, che rimarrà agli annali come una delle date più infauste della storia. E una delle zone italiane dove sono stati isolati i primi casi era alle porte proprio del Polesine, nell’ospedale di Schiavonia, dove quel 21 febbraio 2020 vennero individuati i primi due casi di positività al Coronavirus.

A raccontare quei tragici momenti sulle pagine de “Il Mattino di Padova” fu Nicola Cesaro, giornalista padovano, la cui esperienza di cronista in prima linea è diventata poi un libro “La storia del Coronavirus nei Colli Euganei”, edito da Typimedia Editore. Riproponiamo oggi, a un anno di distanza, alcuni stralci della cronaca che Cesaro ha riportato nel suo libro.

“Ci sono giorni che restano indelebili nella memoria di un uomo. Il 21 febbraio 2020, non è troppo presto per dirlo, rimarrà impresso nelle teste di molti italiani. E’ il giorno in cui il Covid-19 si è fatto conoscere al Veneto, ma in realtà a tutta l’Italia e forse anche alla stessa Europa. Di fatto, al mondo occidentale” la riflessione di Cesaro. “Il 21 febbraio 2020 per l’ospedale Madre Teresa di Schiavonia è un giorno come tanti altri - racconta - è un normalissimo venerdì pomeriggio in cui stanno terminando le visite ambulatoriali della giornata. [...] Il 21 febbraio 2020 al Madre Teresa ci sono poco meno di 300 ricoverati e altrettanti sono i lavoratori all’opera. [...] Nessuno di loro ancora sa che, in realtà, quell’ospedale rimarrà per qualche giorno la loro ‘prigione’ forzata”.

“Che qualcosa di anomalo stia capitando lo intuisce già alle 15.45 la dottoressa Roberta Volpin, da sei mesi direttrice del pronto soccorso di Schiavonia - prosegue - il medico è davanti alla macchinetta del caffè del suo reparto e sta sorseggiando qualcosa di caldo. Il telefono squilla. Dall’altra parte c’è un dirigente medico che dà l’annuncio shock: al Madre Teresa ci sono due pazienti positivi al Covid-19. Sono due uomini, entrambi residenti a Vo’, paesino di poco più di 3000 abitanti a circa 20 chilometri dall’ospedale. Per quanto preparata, anche per la dottoressa Volpin quel virus è qualcosa di ancora poco noto. Prima del 21 febbraio, infatti, il Covid-19 – o Coronavirus che dir si voglia – in Italia riguardava solamente una coppia di cinesi in vacanza e i connazionali di ritorno dalla Cina messi in quarantena alla Cecchignola a Roma. Appena qualche ora prima, nello specifico alla mezzanotte del 20, l’assessore al Welfare della Regione Lombardia aveva dato notizia di un 38enne positivo al virus ricoverato all’ospedale di Codogno, in provincia di Lodi. Quello che tutti hanno imparato a conoscere come ‘paziente 1’”.

Cesaro ripercorre quei terribili momenti, con la dottoressa Volpin che individua il percorso dei due pazienti, passati per il pronto soccorso cinque giorni prima. “Il primario si confronta con i direttori dell’ospedale e concorda l’immediata chiusura del suo pronto soccorso - scrive Cesaro - esce in sala d’attesa e comunica ai presenti che, senza particolari urgenze, sarà meglio rivolgersi a un’altra struttura. [...] Qualcuno capisce e se ne va, qualcun altro sbraita. Se ne pentirà forse qualche ora dopo, quando la scelta di rimanere si tramuterà in una permanenza forzata all’interno del reparto”.

Le ore successive sono un crescendo di tensioni tra il personale dell’ospedale che inizia a passare freneticamente nella hall “con la mascherina chirurgica a coprire bocca e naso. Per i ‘profani’, utenti e visitatori della struttura, è il primo segnale che qualcosa non va: se oggi è normale incontrare qualcuno con una mascherina addosso, in quel 21 febbraio per molti la mascherina era qualcosa da sala operatoria, da cantiere edile, da film catastrofico. Quelle mascherine che vanno avanti e indietro per la hall di Schiavonia segnano la frattura tra un normalissimo venerdì di febbraio e l’inizio di un’emergenza planetaria”.

Alle 17.30 del 21 febbraio l’ospedale di Schiavonia è chiuso. “Nessuno entra, nessuno esce - riporta il cronista del Mattino - chiude persino il pronto soccorso. Per tutti i dipendenti è obbligatorio il tampone. I pazienti che hanno condiviso i percorsi dei due contagiati restano ricoverati, anche se dimissibili. E poi mascherine per tutti, pure per i carabinieri che presidiano l’area e che prestano il loro servizio anche senza comprendere pienamente quello che sta avvenendo dentro l’ospedale. [...] Si affiggono i primi cartelli alle porte e alle vetrate dell’ospedale di via Albere: ‘In via precauzionale è vietato l’accesso ai reparti a personale non sanitario’. Un altro poi imporrà la mascherina chirurgica agli addetti ai lavori che hanno il permesso di entrare”.

Cesaro ricorda le prime dichiarazioni del governatore del Veneto, Luca Zaia, battute dalle agenzie alle 19.58 con le quali spiega che si stanno facendo i tamponi a tutti i dipendenti dell’ospedale in funzione della sanificazione della struttura. “Così il presidente regionale illustra le iniziative che la Regione sta mettendo in atto a seguito della conferma del contagio da Coronavirus per i due residenti di Vo’ - prosegue il racconto di Cesaro - ‘Ho avuto contatti con il sindaco – sottolinea Zaia – e i luoghi frequentati dai due signori verranno chiusi. Ora stiamo ricostruendo le relazioni sociali e i contatti che hanno avuto per fare i tamponi e verificare se ci sono altri soggetti positivi’. Il piano di emergenza diventa operativo in poco tempo. Ogni attività con ingresso programmato viene bloccata. Viene richiamato il personale in uscita dal turno pomeridiano. Questi, e i lavoratori ancora presenti in ospedale, devono sottoporsi al tampone, con l’obbligo di attendere l’esito prima di poter uscire”.

Nel panico di quelle ore, Cesaro fissa l’immagine dei familiari che non riescono a contattare i degenti, fermi davanti all’ospedale. “Intorno alle 20 arriva anche il questore di Padova Paolo Fassari, che rimane per pochi attimi per appurare lo stato dei fatti - aggiunge - intanto il numero di carabinieri, presenti sin dalle 18, aumenta di ora in ora: il presidio è teso a scongiurare eventuali episodi di tensione”.

Il giorno successivo usciranno “i primi ‘prigionieri’ di Schiavonia. Varcano la porta dell’ingresso posteriore a uno a uno, come un lento sistema a goccia, e in mano hanno il foglio bianco con su scritto ‘T_Coronavirus (2019-nCoV) – Negativo’. Sono medici, infermieri e personale che nelle ore di emergenza hanno lavorato in un ospedale letteralmente sigillato, dove nessuno è potuto entrare e tanto meno uscire per almeno 36 ore”.

Ci sono le loro testimonianze, la difficoltà nel trovare qualcosa da mangiare, il passeggiare avanti e indietro nella hall dell’ospedale per cercare di muoversi. E ancora l’arrivo di altre forze dell’ordine, Carabinieri e Polizia locale, per blindare ancor di più l’area circostante all’ospedale. Fino all’allestimento, da parte della Protezione civile del Veneto, di un vero e proprio campo base di 12 tende, per poco meno di cento posti che fortunatamente “non verranno mai utilizzate, perlomeno a Schiavonia. Rimarranno in piedi, tuttavia, per tutta la durata dell’emergenza”.

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