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BELLOMBRA

Bruno Canato, esempio di resilienza

Paolo Rigoni: “Ha lavorato 10 anni in miniera in Belgio, testimone della tragedia di Marcinelle”

Bruno Canato, esempio di resilienza

22/03/2021 - 23:13

E’ alquanto meritoria l’azione intrapresa dallo storico Paolo Rigoni che ha ricostruito la vicenda umana di Bruno Canato. Un racconto che va oltre l’aspetto strettamente storico, per quanto significativo, perché diventa una testimonianza di lotta contro le avversità. Allora non si usava la parola resilienza, ma quella di Bruno e tanti altri che hanno vissuto esperienze simili è un esempio di resilienza quanto mai valido in questo particolare e drammatico momento storico di lotta alla pandemia. Canato lavorò dieci anni in miniera a Monceau-sur-Sambre, Charleroi, in Belgio. “Dio eterno! – esclamava - un lavoro ca ne ghe ‘guro gnianca a un can! Si sapeva quando si andava già ma non si era mai sicuri di tornare su! La morte era sempre lì in agguato nelle gallerie che ogni tanto franavano, eppure non avevamo paura. Ci si fa l’abitudine!”. Polvere di carbone che entrava anche sotto la cute e la silicosi in agguato. Per ironia della sorte, anni dopo, Bruno è stato operato per sospetto cancro polmonare, in realtà era una macchia scura di carbone annidatasi negli alveoli.

Una vicenda esemplare di migrante – racconta Rigoni - Nasce a Corcrevà il 2 aprile 1926, cinque fratelli, il papà muore a 34 anni e la mamma a 35. A 14 anni, è già in risaia ad Ambrogio nel Ferrarese e in medanda (mietitura concessi dai padroni a parte, ndr) a cottimo. A 18 anni non si presenta al bando di arruolamento del generale Graziani, viene catturato nel settembre del ’44, è imprigionato prima a Adria, quindi a Rovigo, poi a Treviso. Infine destinato a un campo di lavoro a Berlino a tagliare legna e a costruire baracche. Liberato dai russi può tornare a casa il 7 settembre del ‘45”.

Settembre continua ad essere un mese fatidico. “Nel settembre del ’48 accetta di emigrare in Belgio, insieme a Tita Marchesani, Bruno Destro e ad un certo Quarèla. Superano le visite, partono per Milano e dopo un viaggio lunghissimo giungono a Charleroi, vengono alloggiati nelle baracche di un ex campo di concentramento tedesco. Un unico spaccio provvisto di tutto per le necessità quotidiane. La paga se ne va tutta per mangiare e vestire. I primi mesi sono tremendi – ricorda Rigoni - perché nemmeno sapevano che cosa fosse il lavoro in miniera. Nulla sapevano delle condizioni di ingaggio, firmate solo all’arrivo in Belgio e delle penali se avessero interrotto il rapporto. Si scendeva a 600, 700, 800 metri e laggiù non ci si riconosceva più: erano tutti neri: ci si riconosceva dalla voce. Incidenti e traumi erano frequenti: chi finiva all’ospedale guadagnava qualche giorno di vita. Ha visto morire persone, tra queste anche il capo-ingegnere, un belga fetentissimo, che sbagliò il passo per entrare nell’ascensore e precipitò per 500 metri. Venne raccolto a brandelli. Unici momenti di leggerezza, la festa di Santa Barbara, protettrice dei minatori. In quel giorno i familiari, chi li aveva, o i conoscenti andavano a prendere all’uscita dalle docce dopo la risalita. Una bevuta in compagnia, il ballo, l’osteria. Il giorno dopo si ricominciava. Tre turni: dalle 6 alle 14, dalle 14 alle 22, dalle 22 alle 6 del mattino successivo”.

Bruno ricorda molto bene il disastro di Marcinelle perché, con uno scatto di generosità proprio dei poveri, tutti si presentarono volontari. Nel ventre della terra entrarono minatori tedeschi specializzati. Bruno rimase in superficie a comporre i morti. Tita Marchesani e Bruno Destro non ce la fanno e ritornano a casa”.

Canato va vivere in un appartamento insieme a due marchigiani bravissimi nel far mangiare; contemporaneamente viene preso in simpatia dalla padrona di casa per la quale Bellombra era Venezia. Niente svaghi o grilli per la testa. “Bisognava stare molto attenti a come ci si muoveva – sottolinea Rigoni - perché la polizia era onnipresente. Il Sepp-Purione ungherese, ex collaborazionista dei nazisti, rimasto in Belgio dopo la fine della guerra per timore di ritorsioni, gli diceva sempre: ‘Ricordati che i soldi è più difficile conservarli che prenderli!’. Ogni sei mesi visita medica e controllo del passaporto: se la fedina non era in regola ti spedivano a casa. Bruno, ingaggiato come manovale, viene promosso minatore, quindi sorvegliante e quando per un incidente muore il suo superiore, un polacco, viene avanzato al grado di purione con 35 operai da coordinare. Il lavoro è ancora molto pericoloso ma assai meno faticoso: di notte deve ispezionare la tenuta delle gallerie per evitare possibili crolli”.

Arriva il 1952 e decide di tornare a casa nella sua Bellombra, ma in paese e in Italia le cose non sono cambiate e così nel 1953 riparte per Charleroi. Si reca a Milano, nuove visite e ricomincia da capo. Rimane sino al 1958. Riesce a mettere da parte un gruzzoletto. Acquista due ettari di terra ai Tramilunghi, acquista la casa, e conclude la sua esperienza lavorativa nel 1986 come manovale nell’impresa Fantinati di Bottrighe. Muore nel 2016, a 90 anni. La sua storia non può andare dimenticata: appartiene all’identità comunitaria.

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