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IL PROGETTO

L’agrovoltaico alimenterà Rovigo

Si tratta di pannelli fotovoltaici staccati dal terreno che sarà coltivato a foraggio

L’agrovoltaico alimenterà Rovigo

“Rovigo potrebbe essere la prima città al mondo con un impianto indipendente per l’energia da fonti rinnovabili”. E’ questo uno dei tanti vantaggi che sono stati illustrati ieri pomeriggio durante la presentazione online del progetto agrovoltaico a Corte San Marco, ovvero l’area agricola nella zona nord-est di Rovigo, a sud di Boara Polesine, dell’estensione di 60 ettari. A spiegare l’intervento il rappresentante legale di Agrovoltaica, l’azienda proponente, Gianluca Nicoli, e tre dei tanti tecnici che hanno lavorato per realizzarlo: Giovanni Cis, project manager e responsabile della progettazione, Giuseppe Romani, responsabile della logistica, del coordinamento e della sicurezza sia in fase di progettazione che esecutiva ed Eleonora Franzo di E-ambiente, che ha curato lo studio di impatto ambientale dell’impianto sull’area e in quelle circostanti.

Nicoli ha introdotto il progetto, che andrà a produrre 50 megawatt di energia attraverso “tecniche innovative e nel rispetto ambientale - le sue parole - con un obbligo da parte dell’agricoltore e della proprietà di continuare la coltivazione dei terreni, senza sottrarre alcun tipo di area agricola all’agricoltura”. I vantaggi? “Una riduzioni di immissioni di Co2 nell’ambiente di circa 30mila tonnellate annue - ha aggiunto Nicoli - un cantiere realizzato nel rispetto dell’economia circolare. Inoltre, grazie allo studio con l’Università di Padova, il suolo sarà utilizzato per coltivazioni di foraggio biologico. L’impianto stesso avrà una componente innovativa di stoccaggio dell’energia che possa permettere anche in periodi di poco irraggiamento e durante la notte il suo utilizzo, senza pescare dalla rete elettrica nazionale, alimentata da combustibili fossili”.

Giovanni Cis, che ha coordinato un team di una ventina di progettisti, ha spiegato che è stato scelto di accedere al procedimento autorizzativo unico regionale che vede come ente deliberante la Regione Veneto. “Siamo partiti dall’analisi degli obiettivi del consiglio dei ministri dell’Unione europea - ha proseguito Cis - che entro il 2030 chiede la riduzione di gas effetto serra, come la Co2, del 40% e l’aumento della quota da rinnovabili. Attualmente in Italia il 60% dell’energia è prodotta da fonti non rinnovabili: dobbiamo svincolarci da quelle. Se partiamo dal Paesc, il patto dei sindaci per la riduzione delle emissioni, la fotografia di Rovigo al 2016 dice che siamo all’8% di e dovremmo arrivare al 40%. Con questo impianto raggiungeremmo un terzo dell’obiettivo. Del resto Rovigo è risultata al quarto posto in Italia come problemi di inquinamento”. Riguardo all’area del progetto, Cis ha spiegato che si tratta di un’area che il Piano di assetto regionale del territorio definisce “agropolitana, e quindi compatibile con la realizzazione dell’impianto, a oggi utilizzata per coltivazioni estensive”. Il futuro, secondo il progetto, è coltivare tutta l’area sotto ai pannelli per la produzione di foraggio. Cis ha ribadito come l’ombra “mobile” dei pannelli “rappresenta una delle situazioni microclimatiche che sviluppano al meglio il foraggio, insieme a temperatura, umidità e luminosità”. “Una serie di strutture di irrigazione correranno lungo le strutture di sostegno e i moduli fotovoltaici non saranno a terra ma sospesi e ruoteranno attorno a un’asse - ha aggiunto - a terra ci sarà solo un palo ogni sette metri su cui si appoggiano. Tutti i pannelli saranno orientati lungo l’asse nord, distanziati, un filare all’altro, per consentire il passaggio dei mezzi agricoli, che saranno rigorosamente elettrici. E gli stessi pannelli, attraverso un software, seguiranno la luce del sole venendo irraggiati sempre perpendicolarmente. Essendo bifacciali, verrà massimizzata la corrente prodotta. Con 50 megawatt per 1.600 ore stiamo parlando di 80.200.000 kwh anno, ovvero la capacità di alimentare circa 20mila famiglie, praticamente quasi tutta Rovigo. E senza inquinare”.

Dal canto suo Romani ha invece sottolineato come la coltivazione agraria scelta “fornisce una redditività economica simile se non superiore rispetto a cereali o soia. Diverse specie erbacee e foraggere, graminacee e leguminose, sono destinate, dopo l’essiccazione che avverrà parte sul campo e parte in appositi essiccatoi, per i ruminanti”. Il fatto che ci siano più specie “aumenterà la biodiversità rispetto a una monocoltivazione, oltre al valore di pregio del terreno, e la presenza di api selvatiche e domestiche, attratte da alcune di quelle specie. Inoltre è una coltivazione che non richiede alcun uso di fitofarmaci”.

Per quanto riguarda, infine, la valutazione dell’impatto ambientale, Franzo ha spiegato che il tipo di procedimento che la proprietà ha scelto di sottoporre il progetto è stato volontariamente quello valutativo completo “anche se a norma di legge sarebbe potuto essere solo uno screening valutativo”. “Sono tre le fasi del progetto - ha spiegato -il cantiere, l’esercizio dell’opera e la fase di dismissione obbligatoria per riportare l’ambiente e il sito al suo stato iniziale”. Rispetto alla dismissione dell’impianto, è stato sottolineato come l’azienda promotrice dovrà rilasciare una fidejussione alla Regione Veneto per il valore delle opere di ripristino dell’area, quando l’impianto raggiungerà il fine vita, stimato in 30 anni.

“Sono stati valutati tutti gli impatti sulla matrice atmosferica, acustica e sanitaria, sia durante il cantiere, che durerà circa sei mesi, che nell’esercizio dell’impianto, e sono risultate ampiamente al di sotto dei valori di legge” ha aggiunto Franzo la quale ha quindi spiegato che non ci saranno impatti per l’idrosfera, ovvero le installazioni delle cabine per la gestione dell’energia saranno di dimensioni ridotte e removibili, con una impermeabilizzazione del suolo temporanea. Per questo verranno poi realizzati bacini di laminazione piantumati, per la raccolta delle acque piovane, che verranno poi reimmesse nei canali. “Rispetto alla coltivazione estensiva di cerealicole, inoltre - ha aggiunto - questo tipo di prato evidenzia una serie di vantaggi non solo naturalistici, ma anche occupazionali, con personale che servirà per la raccolta e l’essiccazione del foraggio, la manutenzione del verde ma pure quella dello stesso impianto. Senza dimenticare le maestranze durante i sei mesi di cantiere”. Infine, dal lato paesaggistico, se si guarderà l’area dal piano stradale “grazie alle piantumazioni previste nel lato ovest e il rinfoltimento dei filari che già esistono a est e nord - ha concluso Franzo - considerato lo sviluppo della siepe che ci impiega pochi anni, e l’altezza dei pannelli minore di tre metri, non si vedrà nulla”.

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